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Newsletter del 19 giugno 2008
sommario
Chi visita la Fondation Beyeler di Basilea spesso (non sempre) ha la possibilità di vedere un quadro di Francis Bacon. Raffigura George Dyer in sella a una bicicletta. Su una silhouette scura si staglia il volto smarrito dell'amico, mentre il corpo impacciato si sforza di mantenere l'equilibrio. Nel quadro colpiscono il senso d'instabilità e la bicicletta, una via di mezzo tra l'attrezzo ginnico e lo strumento di tortura.
Se Bacon intendeva alludere all'instabilità del personaggio, sta di fatto che la bicicletta è davvero pericolosa. Poco tempo fa, chi scrive ha rischiato di morire andando al lavoro in bicicletta.
In una strada trafficata di Milano un'auto di grosse dimensioni affianca a sinistra il ciclista. Nel superarlo, lo schiaccia contro la fila di auto parcheggiate presso un'incrocio e svolta a destra. La bici incastrata s'impenna. Il ciclista vola per aria e atterra sul parabrezza di un'auto parcheggiata. La superficie inclinata attutisce il colpo e limita i danni al poveretto. Dell'investitore nessuna traccia. Sparito! Com'è possibile che non si sia accorto di nulla?
La risposta è semplice! Stava parlando al cellulare (il ciclista, che del tutto scemo non è, lo aveva notato prima di essere travolto).
Perché parlare di queste cose in una newsletter?
Perché questo fatto è stato preceduto da altri simili, per quanto meno rilevanti. E perché ad esso ne sono seguiti altri. Insomma, potrebbe succedere che un giorno non ci siano altre newsletter...
Oggi si fa un gran parlare di sicurezza. Purtroppo, contro le minacce alla sicurezza sulle strade le istituzioni possono fare poco.
Chi può fare tanto siamo noi cittadini. Noi che, a piedi, in bicicletta o alla guida di un'auto, giriamo per le strade, fregandocene degli altri.
In questo c'entrano poco i clandestini e i Rom. C'entriamo noi, che accampiamo i nostri diritti, sorvolando sui nostri doveri. Noi, che abbiamo in testa i nostri comodi e che creiamo un nostro sistema di regole per realizzarli, senza pensare che attorno ci sono altre persone, con le proprie aspirazioni e la propria dignità.
E adesso passiamo a Bacon, con la sua visione tragica della condizione umana ...
Francis Bacon affermava che i suoi quadri nascevano "dagli effetti trasformanti di accurati accidenti nel dipingere".
Riguardo alla tecnica, sosteneva di non sapere nulla. Parlarne costituiva solo una perdita di tempo.
È un fatto, però, che gran parte della forza dei suoi quadri deriva proprio dalla tecnica. E a tal proposito si ricordi che, dal 1946 in poi, ha praticato quasi solo la pittura a olio.
Bacon usava tele grezze, non preparate. Solo queste gli garantivano la scorrevolezza e l'assorbimento desiderato. Su di esse effettuava un disegno rapido e approssimativo con il pennello. Dopodiché, passava alla pittura vera e propria.
Nel dipinto distingueva due parti: la figura e lo sfondo. Iniziava dallo sfondo, dove impiegava colori a olio diluiti o acrilici, scorrevoli e facili da stendere.
Le figure erano il risultato di un lavorìo complesso, in cui il primo passo era la definizione delle masse. Ad essa seguiva una fase di manipolazione, attuata con spugne e stracci, o direttamente con le dita. La malleabile plasticità necessaria per questi interventi era ottenuta impiegando colori a olio, con grado diverso di diluizione. Ad essi aggiungeva spesso altri materiali, come tempera, sabbia, cotone e pittura spray per auto.
A parole la tecnica non lo interessava. Ma è anche grazie ad essa che è riuscito a ottenere le impressionanti deformazioni che lo hanno reso celebre.
Fino alla fine di agosto è aperta a Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva sul suo lavoro.

Su Artdreamguide puoi trovare la presentazione della mostra.
Un'opera in particolare ha contribuito a stabilire la reputazione di Francis Bacon: il trittico Three Studies for Figures at the Base of a Crucifixion (Tre studi di figure alla base di una Crocifissione). Il titolo fa riferimento alle figure di santi ai piedi della croce nei quadri a soggetto religioso tradizionali. Ma più che a immagini di beati, assomigliano a belve ripugnanti.
Il trittico risale al 1944, quando Bacon riprese a dipingere.
Poco prima aveva distrutto quasi tutte le opere precedenti. Le prime erano postcubiste e le successive surrealiste. L'artista inviò le ultime alla Mostra Internazionale del Surrealismo del 1936, ma non vennero accettate perché ritenute "non abbastanza surrealiste". E per la delusione smise di dipingere.
Non è facile capire cosa rimise in moto la sua fiducia in se stesso. Forse la consapevolezza che, per essere artisti, non occorreva essere per forza "sufficientemente surrealisti".
Sotto l'effetto della guerra e dell'instabilità che ne derivò, le forme dell'inconscio si trasformarono nei mostri della condizione umana. Una condizione contraddistinta da passioni, eroismo, debolezze, vulnerabilità, tragicità e comicità. Una condizione all'insegna del paradosso e dell'ambiguità.

Su Artdreamguide puoi trovare un profilo di Francis Bacon, con la vita, l'attività artistica e le opere.
Negli ultimi decenni l'arte inglese del '900 ha assunto un rilievo internazionale crescente. A trascinarla verso l'alto hanno contribuito vari fattori, tra cui il grande successo riscosso dalla YBA, acronimo della cosiddetta "Young British Art".
In barba agli americani, personaggi come Damien Hirst, Sarah Lucas, Rachel Whiteread, Douglas Gordon, Tracey Emin, Tacita Dean, Georgina Starr, Gary Hume, Marc Quinn hanno conquistato la scena internazionale. Di pari passo, ha avuto luogo l'ascesa dell'arte inglese del dopoguerra. Parliamo di Francis Bacon, Lucien Freud, Graham Sutherland, Ben Nicholson, David Hockney, Howard Hodgkin, Henry Moore e Barbara Hepworth.
L'arte inglese può vantare a Londra una vetrina speciale. È la Tate Britain.
Molti hanno sentito parlare di "Tate Gallery", ma non tutti sanno il perché del nome "Tate Britain".
Un tempo la Tate Gallery era il museo nazionale britannico dedicato all'arte inglese e all'arte moderna. Troppa roba tutta assieme! Nonostante vari ampliamenti, l'edificio non riusciva a contenere tutto. Così ne venne inaugurato un secondo. Il primo divenne la casa dell'arte britannica (da cui Tate Britain). Il secondo quella dell'arte moderna (Tate Modern).
Alla Britain, grandi protagonisti sono evidentemente Bacon, Freud, Sutherland, Moore ecc. Ma l'attrazione principale è l'enorme fondo di opere di William Turner.

Su Artdreamguide puoi trovare una presentazione della Tate Britain di Londra.
Nel 1859 il governo provvisorio toscano bandì un concorso artistico per la commissione di quattro grandi tele, che dovevano illustrare altrettante battaglie risorgimentali. Giovanni Fattori vi prese parte con due bozzetti raffiguranti la battaglia di Magenta. La giuria ne scelse uno e nel giugno 1862 l'artista consegnò il quadro definitivo.
L'opera non raffigura scene di combattimento o di eroismo, ma aspetti all'apparenza marginali, come i movimenti delle retrovie. Un accampamento. Ufficiali a cavallo, forse a colloquio. Drappelli di soldati in manovra. Un carro ambulanza guidato da suore. Il tutto su un fondale ampio e luminoso.
Per l'assenza di toni enfatici o retorici, l'opera è considerata il primo quadro storico moderno. Ma per Fattori segna l'allontanamento dal gusto romantico per la ricerca del vero.
Ad essa seguirono varie composizioni di carattere militare che, con sobrietà e intento realistico, colgono episodi minimi. Ma Fattori non si è limitato ai soggetti militari. Dagli anni '60 si dedicò anche a quadri di figure e a composizioni ispirate alla vita nei campi.
Questo disinteresse per i temi "importanti" gli offrì l'opportunità per concentrarsi sulla pittura. Una pittura semplificata, basata su macchie e zone di colore ampie, organizzate in modo ritmico. In ciò sta l'essenza della pittura macchiaiola.
Quest'anno ricorre il centenario della scomparsa di Giovanni Fattori. Livorno, sua città natale, gli dedica una vasta retrospettiva. Anche se la battaglia di Magenta risulta assente per le proporzioni monumentali, la mostra vale la visita.

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Un anno e mezzo fa, Villa Panza di Varese ospitò una mostra della Collezione Gian Ferrari. L'esposizione faceva seguito a un grande annuncio. Claudia Gian Ferrari, storica dell'arte, gallerista e collezionista, aveva destinato come lascito testamentario la propria collezione di opere del primo '900 al FAI (Fondo Ambiente Italiano). Aveva anche indicato la possibile sede dove esporre i capolavori: Villa Necchi Campiglio a Milano, di proprietà del FAI stesso.
In materia di arte e cultura, i milanesi sono abituati ad annunci disattesi, ritardi e cambi di programma. In questo caso, invece, le previsioni pessimistiche sono state smentite.
Terminati i lavori di restauro, la villa è stata aperta al pubblico il 30 maggio scorso. All'interno vi trovano posto la Collezione Gian Ferrari e la collezione De' Micheli. In attesa che venga terminata la ristrutturazione di Palazzo Reale, i milanesi avranno così modo di ammirare qualche capolavoro di De Chirico, Carrà, Sironi, Martini, Campigli, Casorati, De Pisis, Pirandello, Tosi ecc.

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Quando si parla di "Belle Époque", viene da pensare ai cappelli piumati, agli abiti eleganti, ai balli. Ma cosa fu, esattamente?
Sotto il profilo storico e culturale il termine "Belle Époque" non ha molto senso. Fa riferimento, piuttosto, a un particolare clima sociale e psicologico. Indica, cioè, quella condizione di benessere e spensieratezza che in Francia fece seguito alla depressione di fine '800 e precedette la prima guerra mondiale.
Ad alimentare questo benessere furono soprattutto le scoperte in campo medico-scientifico, le innovazioni tecnologiche e la nuova fase di industrializzazione che ne derivò.
Tanti i risultati spettacolari. La realizzazione di ponti, stretti e trafori. L'invenzione dell'automobile e dell'aeroplano. Lo sviluppo delle ferrovie. La costruzione di grandi edifici d'acciaio, tra cui la Tour Eiffel e i primi grattacieli. L'invenzione della luce elettrica e dei servizi igienici. L'invenzione del cinema. E molto altro ancora.
Dalla Francia, la "Belle Époque" si propagò a tutta l'Europa. E poco importa se, a sostenere l'allegria e il lusso degli europei, contribuì in larga misura lo sfruttamento delle colonie.
Si dice che a decretare la fine della "Belle Époque" fu lo scoppio della prima guerra mondiale. Ma a dare l'ultimo rintocco di campana fu un altro avvenimento tragico: l'affondamento del Titanic.
Una mostra a Palazzo Roverella di Rovigo rivive questo momento attraverso le opere di artisti famosi dell'epoca.

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Tutti gli amanti del rock hanno stilato una propria personale classifica dei migliori album della storia.
C'è chi colloca al primo posto il Sergent Peppers dei Beatles. Chi preferisce qualche album dei Rolling Stones o dei Led Zeppelin. Chi, invece, propende per Bob Dylan o per Jimi Hendrix. Eccetera...
Tra i vari schieramenti, c'è anche quello degli estimatori di Lou Reed e dei Velvet Underground.
Nel 1967 questi ultimi, con la partecipazione della cantante Nico, realizzarono uno dei più sconvolgenti album della storia del rock: Velvet Underground & Nico. Il disco si caratterizza per l'estrema libertà e il primitivismo selvaggio, esaltato dalla voce spettrale di Nico. Ritmi frenetici, sonorità a mezza strada tra il ruvido e il funereo, distorsioni stridenti traducono in forma sonora l'atmosfera malsana e ossessiva della metropoli newyorkese.
Il disco è anche famoso per la banana gialla che campeggia in copertina. L'autore è Andy Warhol, anche produttore del gruppo.
Velvet Underground & Nico si può considerare uno dei prodotti di maggior successo di "The Factory", l'atelier laboratorio di Warhol. Nel suo ambito, si agitava una variopinta colonia di personaggi sotto la regia di Andy: Gerard Malanga, Paul Morrissey, Lou Reed e compagni, Edie Sedgwick, Danny Williams, Nat Filkenstein, Billy Linich, Barbara Rubin e altri ancora.
Al lavoro di Andy Warhol e al clima che si respirava nella Factory è dedicata una interessante mostra alla Fondazione Magnani-Rocca di Traversetolo.

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Sin al primo sguardo, la pittura di Francis Bacon suscita un senso di disagio, angoscia, pesantezza. È, quindi, un caso emblematico di come un certo modo di dipingere sia funzionale alle tematiche che si propone di affrontare.
Viene da chiedersi se sia sempre così. Se, cioè, per affrontare temi duri, pesanti, sia indispensabile che l'artista operi in maniera altrettanto dura.
Se la risposta fosse affermativa, si potrebbe concludere che un lavoro impostato sulla leggerezza del fare si sviluppi attorno a temi leggeri. Temi, cioè, che non concedono nulla alla denuncia, alla critica, alla rivelazione di situazioni negative.
In realtà, l'equazione non funziona. Basta vedere il lavoro di Claudio Onorato.
Nato a Milano nel 1967, Onorato è pittore, scultore, architetto e autore di installazioni. Fino al 19 luglio prossimo le sue opere sono in mostra presso AB - Arte Bastia e due altri spazi di Milano, per poi spostarsi a Locarno.
Le opere presentate sono grandi carte colorate, su cui l'autore è intervenuto con un taglierino, asportandone frammenti secondo un preciso disegno. Ne deriva un complicato lavoro di traforo, in cui a predominare sono le zone vuote separate da sottili listerelle. Le opere, quindi, vengono opportunamente appese in modo da filtrare la luce e giocare con l'ombra delle loro sagome.
Un'arte leggera, sembrerebbe?
Non esattamente. Le opere raffigurano immagini intarsiate di case, città, personaggi, animali, onde. Figure che affiorano da un magma stipato di altre figure più piccole. E proprio dagli interstizi di queste figure emergono scene di violenza, momenti di denuncia. Opere, quindi, da esaminare con attenzione, per godere del loro sottile equilibrio tra delicatezza e asprezza.

Per vedere le sue opere, visita il sito di AB - Arte Bastia.
- Il 18 maggio scorso si è spento in Florida Robert Rauschenberg, uno dei protagonisti della scena artistica del dopoguerra. Nel 2002 era già stato colpito da un ictus, ma la malattia non era riuscito a fermarlo. Grande precursore della Pop Art, in carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti. Il più importante di tutti è stato il Gran Premio per la Pittura alla Biennale di Venezia del 1964, evento che contribuì in modo determinante all'affermazione dell'arte americana nel mondo.

- Record clamorosi alle aste newyorkesi di arte contemporanea di maggio. Grande vedette è stato Francis Bacon, del quale Sotheby's ha battuto, il 14 maggio, un Trittico del 1976. 86,2 milioni di dollari (56 milioni di Euro circa) è la cifra raggiunta. Altro record clamoroso lo ha stabilito Lucien Freud con Benefits Supervisor Sleeping del 1995, battuto da Christie's il 13 maggio. 33,64 milioni di dollari (22 milioni di Euro circa) il prezzo d'asta. Ad acquistare entrambi i dipinti pare sia stato il magnate russo Roman Abramovic, noto per essere il presidente della squadra di calcio del Chelsea.

- Careof e Viafarini, tra le più attive associazioni culturali milanesi, hanno unito le loro forze per dare vita al DOCVA - Documentation Center for Visual Arts. La struttura è stata inaugurato il 4 aprile scorso all'interno dell'edificio "Messina Uno" della Fabbrica del Vapore, a Milano. Lo spazio, disposto su due piani, è dotato di una biblioteca specializzata, un Archivio Video, un Archivio Portfolio con informazioni su 2.600 artisti italiani, una banca dati ArtBox e due aree espositive contigue.
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