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Newsletter del 7 settembre 2006
sommario
Un tempo, i mecenati dell'arte erano i re e i nobili. Quindi, è stata la volta dei banchieri e dei magnati dell'acciaio e dell'industria. Poi, sono comparsi sulla scena i grandi petrolieri. Oggi, si sente parlare soprattutto dei nuovi ricconi della finanza, del settore immobiliare, delle telecomunicazioni, dell'informatica e della moda.
Nei paesi più avanzati la grande industria cede il passo al terziario. E questo è vero non solo in termini di giro d'affari e occupazione, ma anche analizzando chi sono i nuovi ricchi che considerano l'arte come uno status symbol.
Un esempio di questo simbolico passaggio di consegne è dato dalle vicende di Palazzo Grassi a Venezia.
Acquistato dalla FIAT e ristrutturato, per circa un ventennio è stato uno dei fiori all'occhiello del mecenatismo culturale del gruppo automobilistico torinese. Finché, l'anno scorso, ha cambiato proprietario. E ad acquistarlo è stato Francois Pinault.
Chi è Pinault?
È un grande finanziere francese, proprietario, tra l'altro, di marchi prestigiosi della moda. Ecco, quindi, l'industria passare la mano alla finanza.
Ma come si sa, finanzieri, pubblicitari e informatici sono veloci e concreti. Gente che non si affeziona troppo ai propri investimenti, ma va dritta al sodo, alla resa delle proprie attività.
Cosa farà Pinault di Palazzo Grassi tra qualche anno? E cosa faranno dei loro investimenti in arte e cultura gli altri magnati del terziario dei tempi nostri?
Tanto per gradire, Ryoei Saito, dopo aver acquistato all'asta il Ritratto del Dottor Gachet di van Gogh e il Moulin de la Galette di Renoir, dichiarò che alla sua morte si sarebbe fatto seppellire con i due capolavori...
Quando si parla di Lucio Fontana, vengono alla mente soprattutto le tele con i tagli.
Tra la fine degli anni '50 e l'anno della morte ne ha prodotte parecchie, tutte diverse. Grandi, medie, piccole. Con la tela bianca, rossa, blu, verde, gialla, nera, persino oro. Con i tagli in numero e diposizione variabili.
Per garantire l'aspetto scultoreo dell'opera, Fontana usava una tela spessa. La fissava a telai molto robusti e vi stendeva uno spesso strato di cementite. Praticava i tagli con un talgliabalsa. Sul retro dei tagli fissava delle strisce di garza nera che servivano a conferire un senso di maggior profondità. Per finire, scriveva sul retro della tela brevi annotazioni sul tempo o su avvenimenti della giornata.
Oltre ai "tagli", negli stessi anni Fontana ha fatto anche i cosiddetti "crateri". Si tratta di squarci irregolari, praticati nella tela ricoperta da uno spesso strato di colore a olio.
Ma non è tutto. Nel 1961 Fontana partecipa a una mostra a Venezia. Per l'occasione, espone un ciclo di quadri in cui delicati elementi in vetro sono applicati sulla tela.
Quello stesso anno visita New York. Elettrizzato dalla "Grande Mela", realizza un nuovo ciclo di opere. Sono grandi lastre d'acciaio che riportano squarci, buchi, segni.
In questi giorni i due cicli di Venezia e New York sono a confronto nella prestigiosa sede della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia.

Su Artdreamguide puoi trovare la presentazione della mostra.
A qualcuno sarà capitato di vedere le foto di Ugo Mulas che ritraggono Lucio Fontana nell'atto di praticare un taglio nella tela.
Quelle immagini bastano da sole a cogliere lo spirito che animava il grande artista. Gestualità. Desiderio di proiettarsi al di là del quadro. Fede nel progresso. Ricerca di un nuovo spazio, mentale e reale. Monumentalità della composizione.
Lucio Fontana nasce in Argentina, ma si trasferisce molto presto a Milano. Muove i primi passi come scultore negli anni '30. Nel 1940 torna in Argentina. Qui collabora al "Manifesto Blanco", l'atto che sancisce l'allontanamento dalla figurazione e l'avvento dello Spazialismo. Ma è con il ritorno in Italia, nel 1946, che Fontana dà concretezza alla sua aspirazione di dare vita a un nuovo spazio.
Crea "ambienti spaziali" e le prime carte bucate. Comincia a violare la bidimensionalità della tela, forandola e applicandovi pietre e impasti di colore e paillettes. Conia un termine per le sue opere: Concetto spaziale. Attorno al 1958, spoglia l'opera di tutti i suoi orpelli barocchi, riducendola a una superficie omogenea che reca uno o più tagli verticali. Variazioni sul tema sono i "teatrini", in cui la tela bucata si staglia sullo sfondo di una scenografica cornice di legno irregolarmente sagomato.
Con i suoi Concetti spaziali, all'inizio degli anni '60, Lucio Fontana ha scosso l'ambiente artistico d'avanguardia in Europa. Per questo viene considerato uno dei 10 artisti europei più importanti del dopoguerra.

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Chi, a Venezia, varca in questi giorni la soglia di Palazzo Grassi, si trova alle prese con cose strane.
Subito all'ingresso, è accolto da un cagnolino d'acciaio e da una trama di fili che risplendono sulla facciata del palazzo (per gli esperti, sono opere di Jeff Koons e Olafur Eliasson). Entrando, passa accanto a due autentici robot (il pazzo che li ha fatti è un certo Takashi Murakami). Scorge, quindi, un grande cuore rosso che pende dall'alto (per chi possiede "anima e core"... si tratta di un altro Jeff Koons). Poi, incontra un'enorme scacchiera di lastre metalliche (di Carl Andre, ovviamente...), su cui piovono grandi gocce rosa (le ha fatte lo svizzero Urs Fischer). E per finire, in cima a uno scalone, ecco la radiografia di una testa (l'autore è il polacco Piotr Uklanski e il teschio è del finanziere, nonché collezionista d'arte, Francois Pinault).
È il prologo della mostra che inaugura il nuovo corso di Palazzo Grassi. Quello cominciato nel 2005, con l'acquisto del palazzo da parte di Pinault.
Titolo della mostra è "Where are we going?". In italiano, "dove stiamo andando?".
"Dove stiamo andando" ce lo chiediamo spesso quando siamo disorientati o scocciati. Se lo chiese Paul Gauguin ai primordi dell'avventura impressionista. E probabilmente se lo chiederà qualche visitatore sprovveduto...
Ma per chi ha fiducia nell'arte contemporanea, la mostra è una formidabile occasione per raccogliere gli stimoli sul presente e il futuro che solo gli artisti sanno sollecitare.

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Palazzo Grassi è uno degli edifici più belli che si affacciano sul Canal Grande di Venezia.
Costruito nella seconda metà del '700 e passato attraverso diversi proprietari, nel 1983 viene rilevato dalla FIAT. È, quindi, sottoposto a ristrutturazione da parte di Gae Aulenti. Nel 1985 riapre i battenti come centro espositivo, sotto la direzione di Pontus Hulten. Primo evento di spicco è la mostra memorabile dedicata al Futurismo.
Nel corso dell'ultimo ventennio di vita, Palazzo Grassi è stato teatro di una lunga serie di grandi mostre. Ricordiamo in anni recenti le rassegne sui Maya e sui Faraoni e le retrospettive di Balthus e Salvador Dalí.
Con la scomparsa di Gianni Agnelli l'attività di Palazzo Grassi si interrompe. Segue un periodo di silenzio e l'annuncio, all'inizio del 2005, del ritiro della FIAT dalla società che lo gestiva.
Già nel maggio dello stesso anno assume il controllo della società Francois Pinault, noto finanziere francese e collezionista d'arte contemporanea.
Sottoposto a ristrutturazione da parte di Tadao Ando, Palazzo Grassi ha ripreso la sua funzione di centro espositivo. Evento inaugurale è la mostra dedicata alla collezione d'arte dello stesso Pinault. E per il futuro è pronto un fitto programma di iniziative.

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La Sicilia è una terra speciale.
Viene definita un'isola, ma è molto di più.
È bagnata da tre mari diversi. È attraversata da catene montuose, che disegnano valli e paesaggi mutevoli. Ha l'onore di ospitare il più grande vulcano attivo d'Europa. Ha una storia plurimillenaria, che ha visto succedersi popoli illustri: fenici, greci, romani, arabi, normanni, angioini... Può vantare un patrimonio artistico e culturale difficilmente uguagliabile per quantità e varietà.
Produce ogni genere di frutta e verdura. È una delle maggiori regioni enologiche del mondo. Nell'impoverimento generale dei mari, le sue acque rimangono tra le più pescose del Mediterraneo. Nel suo territorio si estraggono sale, zolfo e vari minerali. Volendo, si potrebbe ricavare anche tutto il petrolio e il gas naturale che le serve per essere autosufficiente sul piano energetico. Presenta insediamenti industriali notevoli. Ospita persino uno dei principali distretti informatici d'Italia.
Se tutto funzionasse a dovere, la Sicilia da sola potrebbe stare al passo di tante piccole nazioni.
Eppure, negli ultimi cinquant'anni la Sicilia ha esportato soprattutto persone. Anzi, cervelli! Sì, perché, se andiamo a ben vedere, molti personaggi di spicco dell'economia, della politica e della cultura italiana sono proprio emigranti siciliani. E tra loro figurano anche molti protagonisti dell'arte. Che peccato per questa terra!
In questi giorni, una mostra alla Galleria Credito Siciliano di Acireale cerca di scrivere una storia dell'arte siciliana recente.

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Il 21 luglio ricorre l'anniversario del primo sbarco dell'uomo sulla luna. Negli ultimi anni, però, qualcuno ha avanzato l'ipotesi che il fatto non sia mai avvenuto. Tutte le spedizioni dal 1969 al 1972 sarebbero state simulate su un set cinematografico. Per effettuare le riprese la NASA avrebbe addirittura ingaggiato il famoso regista Stanley Kubrick.
L'ipotesi è poco verosimile. Ma se fosse vera, dimostrerebbe come il set cinematografico sia lo scenario dell'inganno. Lo scenario in cui, simulando la realtà, viene negata la realtà stessa.
Esistono casi, però, in cui l'uso del set è al servizio della "verità". Casi in cui sul set vengono allestite allegorie che hanno agganci diretti con situazioni reali. Allegorie talvolta aspre e violente, che con la loro capacità di stimolare l'immaginazione portano l'osservatore a riflettere sulle situazioni reali di partenza. In tal modo, il set diventa lo strumento per scavare nella realtà e conoscerla meglio.
Fa un uso simile del set l'artista austrialiana Tracey Moffatt.
Le sue opere sono immagini fotografiche, film e video. Ognuna di esse è, comunque, preceduta da una fase di messa in scena. Una fase in cui l'artista allestisce un particolare set. Lì orchestra i vari elementi che concorrono a evocare il frammento di verità che le interessa.
Una mostra allo Spazio Oberdan di Milano documenta il lavoro di Tracey Moffatt dal 1969 a oggi.

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Immagini di lotta. Storie di sopraffazione e segregazione. Allegorie del desiderio di riscatto. Metafore sulla razza, il sesso e la ricerca dell'identità. Sono alcuni dei temi che ricorrono nel lavoro di Tracey Moffatt.
Tracey Moffatt è una delle figure di punta della scena artistica australiana.
Di origini aborigene, ma cresciuta in una famiglia bianca, all'inizio ha studiato cinema. Questa formazione ha influito molto sul suo procedimento artistico. Tant'è che, sia nel caso dei film che delle fotografie, l'artista organizza la scena con meticolosità, come su un set cinematografico.
Le opere della Moffatt risultano fortemente stilizzate. Fanno ricorso a forme e colori artefatti, a suoni e illuminazioni studiati. Consistono in filmati o cicli di fotografie che raccontano storie complesse, con molteplici rimandi al reale.
Nel 1998 il Dia Center di New York organizzò una mostra di Tracey Moffatt intitolata "Free-falling". Le opere in mostra erano 4: 2 film e 2 cicli di fotografie.
In quell'occasione l'artista realizzò una presentazione in rete di alcuni dei suoi cicli più rappresentativi. Ne risultò una sorta di Net Project intitolato, appunto, "Free-falling".
Per la frammentarietà delle storie e l'impossibilità di rendere i suoi film attraverso singoli fotogrammi, il progetto non può trasmetterci al 100% l'intensità del suo lavoro. Ma rende bene la miscela di meraviglioso e violento che pervade le opere di Tracey Moffatt.

Quindi, non c'è che provare Free-falling, di Tracey Moffatt
Nel campo dell'arte i soggetti coinvolti non sono solo gli artisti, i critici, i galleristi, i musei e il pubblico. Nella circolazione dell'opera d'arte pedine fondamentali sono anche le riviste, le case editrici e il medium televisivo. Tant'è vero che ogni artista aspira a pubblicare cataloghi di mostre e CD-ROM, ad avere recensioni sulle riviste o nei quotidiani, a venire citato in programmi televisivi.
Ma i cataloghi, i saggi, i cataloghi ragionati e le strenne di qualità non servono solo a diffondere il lavoro dell'artista o a spiegare l'arte. Talora possono essere realizzazioni di pregio, e trasformarsi in veri e propri oggetti da collezione.
Questi ingredienti stanno alla base di "Artelibro", il festival del libro d'arte che si svolge ogni anno a Bologna.
"Artelibro" è una sorta di mostra-mercato, cui fanno da contorno dibattiti e incontri su varie tematiche relative all'editoria d'arte, quali: storia dell'arte, conoscenza del patrimonio artistico, catalogazione, comunicazione e didattica dell'arte, libri d'artista, incentivazione del turismo culturale, copyright.

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- Il 31 agosto scorso, a due anni dal rocambolesco furto al Munch Museet di Oslo, sono stati recuperati Il Grido e Madonna di Edvard Munch. La polizia parla di una soffiata anonima. Le due opere, in assoluto tra le più famose dell'artista norvegese, avrebbero un valore di oltre 92 milioni di Euro. Dopo gli accertamenti del caso, saranno riportate al Munch Museet, nel frattempo dotato di avanzati sistemi di sicurezza.

- La Corea ricorda Nam June Paik, recentemente scomparso, dedicandogli un museo. La struttura sorgerà a Yong-in, a sud di Seoul, e dovrebbe essere inaugurata in ottobre. La realizzazione è stata possibile per l'intervento della Kyonggi Cultural Foundation, che in passato ha acquistato varie opere del grande protagonista della videoarte. Il museo sarà ospitato in un edificio progettato dall'architetto tedesco Kirsten Schemel. Dovrebbe contenere 67 opere e un archivio video con 2.285 progetti.

- È in uscita la nuova edizione del Catalogo ragionato di Lucio Fontana, a cura di Enrico Crispolti ed edito da Skira. Verrà presentato domani, 8 settembre, alle ore 12, presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Il Catalogo è stato realizzato in collaborazione con la Fondazione Lucio Fontana di Milano. È articolato in due volumi, che documentano la storia e le principali caratteristiche tecniche e formali di circa 4.000 opere, tra dipinti, sculture e ambientazioni.
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