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Newsletter del 20 aprile 2006
sommario
In un recente passato, le code per vedere gli impressionisti a Torino o l'accoppiata van Gogh-Gauguin hanno indotto molti a parlare di fame di cultura. Adesso, però, si legge di visitatori in calo, di flop di tante mostre, ecc.
Ma allora, come stanno le cose?
In effetti, pare proprio che i visitatori di mostre d'arte stiano in assoluto diminuendo. Non mancano ovviamente le solite eccezioni.
Quanto alle possibili ragioni, se ne possono indicare diverse.
Il livello culturale della gente, che sembra abbassarsi. La preferenza delle persone per i momenti di evasione, rispetto a quelli formativi. E via dicendo...
Ma forse la spiegazione è un'altra. Chiama in causa la minore disponibilità dei visitatori a farsi prendere in giro, l'elevato prezzo dei biglietti e la scarsa qualità di gran parte delle mostre organizzate. In pratica, chi in passato ha buttato via tempo e denaro per una mostra rivelatasi brutta o poverella, prima di ripetere l'esperienza ci penserebbe due volte...
Nelle nostre newsletter parliamo continuamente di mostre. Alcune molto belle, altre abbastanza belle.
Anche questa volta ne segnaliamo alcune molto interessanti. Soprattutto "Metropolis" alla GAM di Torino.
Ma per cercare di riconciliare con l'arte qualcuno dei delusi da altre mostre, ci permettiamo di raccomandarne caldamente una di cui abbiamo parlato nell'ultima newsletter. È "La danza delle avanguardie" al MART di Rovereto. Una mostra da non perdere!
La prima volta che vide New York il grande regista tedesco Fritz Lang rimase folgorato. Da quell'esperienza trasse ispirazione per il suo film più importante e famoso: Metropolis.
Prima di essere regista, Lang fu artista e architetto. In quanto tale, respirò il clima delle grandi avanguardie del primo '900: il Cubismo, il Futurismo, il Costruttivismo, l'Espressionismo. Subì l'influsso del culto modernista per lo slancio verticale e il vorticare luminoso delle metropoli. Ma condivise anche le ansie espressioniste per il disagio dell'uomo.
Molti anni dopo, questi motivi confluirono nel film, apparso nel 1926. Racconta di una megalopoli del futuro, divisa su due livelli. Il livello superiore, costituito da una città stipata di grattacieli e strade sopraelevate, tutto splendore e dinamismo. Quello inferiore, costituito da una città sotterranea in cui si produce l'energia per far funzionare tutto il resto. Un luogo di schiavitù e alienazione.
In questa sorta di dualismo si compendia bene il sentimento che gli artisti del primo '900 nutrivano nei confronti della "città che sale". Da una parte, gli entusiasti, i fautori del progresso, i cantori del mito dell'energia: Léger e i Futuristi. Dall'altra, i critici, gli interpreti della solitudine e del degrado urbano: gli espressionisti, la Nuova Oggettività. In mezzo, i Cubisti e i Costruttivisti, che nella metropoli trovavano spunti visivi per le loro ricerche formali.
La metropoli nell'arte dal 1910 al 1920 è il tema di una mostra alla GAM di Torino.

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Quando si visita un museo ordinato cronologicamente, è naturale cominciare dall'inizio. Per cui, se il museo si occupa di arte dall'800 a oggi, si comincia con l'800 e si va avanti fino ai vari Paladino, Cucchi, Cattelan, Beecroft & Co.
Chi visita la GAM di Torino dall'inizio, cioè dall'arte del primo '800, può ricavarne un'impressione di pesantezza. I primi quadri sono un po' cupi, austeri. Non hanno la leggerezza degli impressionisti o la tensione cosmica dei paesaggi romantici tedeschi.
Per fortuna, seguono i quadri dei vedutisti veneti, i Macchiaioli, i Divisionisti, con in testa il formidabile Specchio della vita di Pellizza da Volpedo. La sensazione di grevità si attenua e l'occhio è un po' più appagato.
Si dice che quando si incontra una persona nuova, i primi 3 minuti siano fondamentali. Nel bene o nel male, produrrebbero una sorta di "inprinting", difficile da rimuovere.
Se con la GAM si riesce a evitare la prima impressione, ci si accorgerà che è un museo molto bello e piacevole. Addirittura simpatico! Si potranno ammirare gli stupendi capolavori del primo '900 italiano. Si potrà apprezzare la vasta collezione di arte del dopoguerra. E forse qualcuno si accorgerà anche della presenza di opere veramente particolari. Opere in anticipo sui loro tempi. Come Compenetrazione iridescente di Giacomo Balla, un testo di Op Art ante litteram. O anche Intervista con la materia (1930) di Enrico Prampolini, ovvero come andare oltre il collage e fare pittura materica con quindici anni di anticipo...

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Unter den Linden e Friedrichstrasse sono le vie più illustri di Berlino. Incrociandosi, segnano il centro esatto della grande capitale tedesca.
Poco a Nord c'è un quartiere veramente speciale. Le strade principali si chiamano Oranienburgerstrasse e Auguststrasse. Le fiancheggiano edifici di tutte le epoche. Molti vecchi, di prima della seconda guerra mondiale. Alcuni persino della fine dell'800.
Gran parte del quartiere sopravvisse ai bombardamenti e, con la divisione di Berlino, si ritrovò a far parte di Berlino Est. Il governo della DDR non disponeva di risorse sufficienti per restaurare gli edifici danneggiati. E, d'altra parte, il loro pregio ne impediva la demolizione per costruire nuovi palazzi. Così, il quartiere rimase tale e quale, con il suo popolo di alternativi e reietti del regime.
La caduta del Muro colse di sorpresa questo mondo pittoresco. Nelle vecchie case, che recavano ancora i segni delle mitragliate del '45, cominciarono a sorgere atelier, gallerie autogestite, spazi underground, kneipe alternative. Questo finché qualcuno non si accorse che il vecchio quartiere era centralissimo e attraente dal punto di vista immobiliare.
Oggi, è una zona molto trendy. Vi si sono insediate gallerie private, bar, ristoranti di grido, negozi chic. Ma nonostante l'aspetto un po' "leccato", è rimasto ancora qualcosa del clima effervescente dei primi anni '90. Auguststrasse, soprattutto, è uno dei principali scenari della cultura berlinese di oggi. Proprio in questi giorni, vari punti della via ospitano gli appuntamenti e le mostre che costituiscono la "4th berlin biennial".

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Alla caduta del Muro l'area attorno a Oranienburgerstrasse conteneva un'infinità di edifici disastrati o malconci. Ma il più pittoresco era senza dubbio Tacheles.
Situato quasi all'angolo tra Oranienburgerstr. e Friedrichstr., era una enorme costruzione mezza diroccata. Su strada, incombeva cupa e massiccia. Mentre sul retro esibiva la sua struttura interna, a causa della facciata crollata. Isolata e possente, assomigliava a una balena morta, arenata sulla spiaggia e mezza rosicchiata.
Ma il grande cetaceo non era morto. Al contrario, le sue viscere pulsavano di vita e di energia.
Nei suoi anfratti scalcinati, ma illustri, si annidavano artigiani, scrittori, artisti, poeti, musicisti, attori, performer, sperimentatori e alternativi di tutti i tipi. Gente creativa, in cerca di indipendenza e libertà espressiva. A loro si deve il mito di Kunsthaus Tacheles.
La frenesia urbanistica e cementizia che investì Berlino alla fine degli anni '90 non poteva trascurare Tacheles. Così malconcia e scandalosa, appariva come qualcosa di intollerabile agli occhi dei cosiddetti benpensanti. Così centrale e strategicamente posizionata, era troppo appetitosa per non attirare gli appetiti degli immobiliaristi.
Ma per fortuna a Berlino le cose non vanno come in tanti altri posti. L'amministrazione cittadina ha riconosciuto i meriti culturali di Kunsthaus Tacheles. Ha provveduto al consolidamento strutturale dell'edificio e ha garantito un fondo annuale per il sostegno parziale delle iniziative.
Un sito Web documenta Tacheles e la sua attività. All'interno si possono trovare immagini, la storia, i comunicati relativi a tutte le iniziative dal 2000 a oggi e le informazioni su quelle attuali.

Per conoscere questa storia, visita il sito Web di "Kunsthaus Tacheles".
Pochi artisti al mondo hanno vissuto tante esperienze all'insegna dell'impegno politico come è capitato a Gastone Novelli.
Nel 1943, a 18 anni, entra nella resistenza partigiana. Dopo pochi mesi viene arrestato, interrogato e torturato. Solo per il rotto della cuffia riesce a salvarsi, con una condanna a 30 anni di carcere.
Tornato in libertà dopo il '45, si laurea in scienze polito-sociali. Si dedica a mille cose. E viaggia, viaggia molto. Nel 1948 arriva perfino in Brasile, dove trascorre 6 anni pressocché ininterrotti, a studiare gli indigeni e il culto "macumba".
Poi cominciano le frequentazioni artistiche a Milano, Parigi, Roma. L'interesse per la pittura e i materiali giunge a maturità.
Ma Novelli rimane profondamente attento alle tematiche politiche, psicologiche e sociali. Un'attenzione che si manifesta nel suo modo di dipingere, caratterizzato da una grafia essenziale e automatica. Il quadro come un muro su cui l'artista trascrive pensieri e impulsi della mente. Nel suo interesse per la grafia automatica giunge persino a trascrivere i pensieri sotto l'effetto di farmaci per il trattamento del sonno...
Poi, nel 1968, il gesto politico più clamoroso. Alla Biennale di Venezia, in segno di protesta contro il presidio della polizia ai Giardini, Novelli impedisce l'ingresso alla propria sala. È l'ultimo atto di una vita molto politica. Novelli, infatti, muore a Milano nel dicembre dello stesso anno.
Una grande mostra alla Fondazione Arnaldo Pomodoro documenta tutta la sua attività.

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In campo culturale Milano pullula di iniziative private. L'anno scorso, ad esempio, hanno iniziato la loro attività Forma, centro espositivo di fotografia, e la Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Sul versante pubblico, viceversa, la situazione appare piuttosto scandalosa. L'attività espositiva funziona a rilento. Ma, soprattutto, stentano a decollare i nuovi musei. Ad esempio, ritarda di anno in anno l'apertura del Museo del Novecento. Quanto al Museo del Presente, addirittura non se ne sente parlare più...
La scarsità di risorse impedisce di fare le cose nuove, ma per fortuna permette di sistemare una parte di quelle già esistenti.
Recentemente, ha riaperto la Galleria d'Arte Moderna nella sua sede storica di Villa Reale. Ristrutturata e riallestita, ha assunto il nome di Museo dell'Ottocento. Il perché è chiaro. Nella prevista riorganizzazione delle collezioni d'arte milanesi vuole essere un grande museo di arte dell'800 italiano.
Al suo interno spiccano capolavori di Andrea Appiani, Francesco Hayez, Mosè Bianchi, Gerolamo Induno, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Giovanni Segantini, Emilio Longoni, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Medardo Rosso, ecc.

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In ogni campo, dalla politica alla cultura, al costume, è comune la tendenza a classificare, appioppare "etichette". E in quanto espressione colta, nemmeno l'arte sfugge. Quello è un pittore espressionista, quell'altro un naturalista e l'altro ancora un astratto...
In molti creano sconcerto, quindi, i personaggi dell'arte che si lasciano classificare a fatica. Uno di questi è senz'altro Filippo De Pisis.
Geniale, problematico, di una bravura eccezionale, è stato portato alle stelle da alcuni critici e grandi collezionisti. Ad esempio, gli Jesi e i Boschi-Di Stefano. D'altra parte, la difficoltà a incasellarlo nel panorama dell'arte moderna italiana ha rappresentato per molti un problema.
De Pisis è stato "metafisico", ma per pochissimo. La sua pittura era figurativa, ma non "espressionista", "futurista", o "surrealista". Era una pittura fluida, lirica, ma non "tardo-impressionista". I suoi temi erano vedute cittadine, paesaggi, nature morte, vasi di fiori, nudi, ma non alla maniera dei "fauvisti", o dei "post-cubisti" o dei "novecentisti". Per farla breve, De Pisis era un "depisisiano".
La città di Ferrara conserva un folto gruppo di sue opere e in questi giorni le presenta al pubblico.

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Videogames, roba da ragazzini e da gente che ha tempo da perdere!
Tanti lo dicono, salvo poi essere i primi a giocarci. Ma a parte questo, non è vero che tutti i videogames siano robetta per gente che ha tempo da perdere. Non è vero che tutti i videogames siano roba da intrattenimento, da evasione.
Ce ne sono anche di quelli che vogliono dire qualcosa, i Videogames politici. Sono videogames che fanno sorridere, ma che trattano tematiche serie. Sono videgames perfidi, perfino cattivi.
Un bel campionario si può trovarlo in un sito Web italiano. Si chiama "la Molleindustria".
Ne esistono due versioni leggermente diverse, rispettivamente in italiano e in inglese. A dispetto della scomodità della lingua, la più interessante è quella in inglese.
Uno slogan accoglie il visitatore all'entrata del sito: "Videogames politici contro la dittatura dell'intrattenimento". Sembrerebbe un controsenso. Videogames che oserebbero sfidare la soavità dell'intrattenimento di cui sono notoriamente espressione tipica...
Ma nella sua stringatezza lo slogan esprime il concetto che sta alla base dei videogames presenti nel sito. La critica della pervasività di una società basata sull'intrattenimento. Un sistema che impedisce di guardare a fondo le cose e riconoscere il cinismo che permea tanti aspetti della vita.
Tanto per gradire, si può giocare con "Tamatipico", il prototipo del lavoratore "flessibile", o "precario" (come recita la versione in italiano). Vince chi riesce a ottenere la massima produttività senza distruggere il lavoratore o farlo arrabbiare troppo...

Se hai tempo, prova i videogames su "la Molleindustria".
- Il 10 maggio prossimo, a Roma, sarà aperto al pubblico il Museo Carlo Bilotti. Situato nell'Aranciera di Villa Borghese, accoglie i 23 dipinti di Giorgio de Chirico donati al Comune dall'omonimo magnate italoamericano. Le opere in collezione testimoniano il percorso artistico di De Chirico dal periodo metafisico agli anni '50.

- Furto al Museo de la Chácara do Céu di Rio de Janeiro. Approfittando della confusione del Carnevale, il 24 febbraio alcuni malviventi hanno bloccato le guardie e costretto i visitatori a consegnare oggetti di valore e passaporti. Quindi, sono saliti al secondo piano e si sono impossessati di opere di Picasso, Monet, Matisse e Dalí. Poi sono fuggiti a piedi, mescolandosi alla folla. Il valore stimato delle opere si aggira intorno ai 50 milioni di Euro.

- Il Politecnico di Milano ha conferito la Laurea ad Honorem in Disegno Industriale ad Alessandro Mendini. Architetto e designer di fama internazionale, Mendini è stato figura di spicco di Studio Alchimia e direttore di importanti riviste, come "Casabella", "Modo" e "Domus". Ha collaborato con aziende prestigiose, tra cui Alessi, Philips, Swarovski, Cartier, Hermés, Zanotta e Cappelli. Al 1990 risale il progetto del Groninger Museum. Le sue opere si trovano in numerosi musei e collezioni private, tra cui il MoMA di New York e il Centre Pompidou di Parigi.
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