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Newsletter del 24 febbraio 2005
sommario
Parlando di pittura capita che qualcuno chieda: "Ti piace di più la pittura figurativa o la pittura astratta?"
Oggi la questione potrebbe sembrare puerile, se si pensa che l'arte è capace di spaziare dalla pittura al video. In passato, però, è stata fonte di contrapposizioni e contrasti furibondi.
In questi giorni torna, in una certa misura, di attualità. Ciò a causa di due mostre. Da una parte, quella di Josef Albers al Museo Morandi di Bologna. Dall'altra, quella dei "Paesaggi" di Giorgio Morandi al museo Quadrat Bottrop, in Germania.
Le due mostre sono il frutto di una sorta di scambio. Infatti, ognuno dei due musei ha contribuito in modo determinante alla realizzazione della mostra del proprio artista nell'altro museo.
Ma non si tratta di una scelta esclusivamente pratica. Gli organizzatori hanno voluto di proposito mettere in relazione il lavoro dei due grandi artisti.
E questo perché? Cosa c'entra il lavoro di Josef Albers con quello di Giorgio Morandi?
Apparentemente niente, se si esclude il fatto che sono accomunati da una sostanziale monotonia di temi.
Albers incarna la quintessenza della pittura non figurativa. Anzi, il suo versante più freddo e razionale. Le uniche forme che dipinge sono quadrati colorati disposti l'uno all'interno dell'altro, tali da sollecitare effetti percettivi.
Morandi è il pertinace cantore della natura morta e del paesaggio. Le sue creature sono bottiglie, vasetti, caraffe, declivi assolati, cortili di casa.
Mettere in rapporto questi due artisti così diversi sembrerebbe una provocazione. Ma non è così.
In comune hanno qualcosa d'importante. Nessuno dei due è interessato a dare una versione fedele del mondo oggettivo. Per entrambi, la rielaborazione all'infinito di un unico soggetto, è il modo per esplorare l'interazione tra forme, colore, spazio, luce, superficie. Per cui ogni singola loro opera rappresenta un tassello significativo di un unico grande mosaico.
Se "astrazione" significa "astrarsi dal dato oggettivo", Albers e Morandi, pur così diversi tra loro, alla fine sono entrambi astratti. Se questo risulta strano nel caso di Morandi, basta guardare qualcuna delle sue nature morte. Ci si rende conto di quanto poco abbiano in comune con i loro equivalenti reali, oggettivi. Sono entità al di fuori del tempo, astratte.
Per fare autenticare un'opera d'arte, oltre alla foto del davanti in molti casi viene richiesta anche la foto del retro. Il retro, infatti, può presentare interessanti informazioni che consentono di identificare meglio l'opera: la firma dell'autore, la data, una dedica, qualche timbro di galleria, l'etichetta di una mostra...
Se il retro può effettivamente avere una sua importanza, in un caso diventa quasi essenziale. Si potrebbe dire che fa parte integrante dell'opera stessa. Stiamo parlando di Josef Albers e del suo ciclo, intitolato Homages to the Square.
Le opere di questo ciclo consistono in superfici quadrate su cui l'artista ha dipinto diversi quadrati di dimensioni decrescenti e colori diversi, inseriti in modo regolare l'uno all'interno dell'altro. Albers le ha dipinte in gran numero e in maniera pressoché continuativa dagli anni '50 fino alla morte (1976). Attraverso di esse si proponeva di studiare le interazioni tra i colori e i loro effetti sulla percezione.
A dispetto della monotonia apparente del soggetto, in ogni lavoro Albers modificava le tinte, i loro accostamenti, il tipo di pigmento impiegato, la sua pastosità, il tipo di supporto, la rugosità della superficie. Insomma, testava tutto quello che poteva influire sulla percezione dei suoi quadrati colorati.
Ma ecco il fatto più singolare! Albers era solito annotare queste variazioni minuziosamente, e a penna, sul retro dell'opera. Il retro si trasformava, quindi, in una sorta di registro-ricettario.
Il ciclo Homages to the Square di Josef Albers è il tema di una importante mostra al Museo Morandi di Bologna.

Su Artdreamguide puoi trovare una presentazione della mostra.
Josef Albers nasce a Bottrop, in Germania nel 1888. Nei primi anni '20 frequenta come allievo il Bauhaus. Qui conosce Anni Fleischmann, che sposa nel 1925. Nello stesso anno viene nominato maestro, e inizia ad occuparsi del "corso propedeutico". Anni dirigerà, invece, il laboratorio di tessitura.
Nel 1933 i nazisti impongono la chiusura del Bauhaus e Albers si trasferisce in America. Qui assume l'incarico di insegnante presso il Black Mountain College. Ma è solo il primo di una lunga serie di incarichi e riconoscimenti che gli verranno assegnati fino alla morte, avvenuta nel 1976.
In America sotto l'ala di Albers sono passati in tanti. Alcuni, come Hans Hoffman, ne hanno esaltato le doti di docente. Altri, come Rauschenberg, ne hanno sofferto l'eccessivo rigore. Fatto sta che Albers ha rappresentato una delle figure fondamentali nel processo di svezzamento dell'arte americana del dopoguerra.
Dopo la sua morte, Anni si è molto impegnata a valorizzare il lavoro del marito. Ha donato un nucleo cospicuo di opere a Bottrop, città natale dell'artista. E da questo nucleo è scaturito il Josef Albers Museum. Quindi, ha dato vita a una grande fondazione a Bethany, in Connecticut: The Josef and Anni Albers Foundation.
L'attività della fondazione è documentata da un sito web. All'interno, la sezione "Galleries" consente di avere un'ampia panoramica del lavoro di Josef Albers. Ottima per quelli che non hanno visto niente di suo!

Per conoscere meglio il lavoro di Josef Albers, visita il sito web di The Josef and Anni Albers Foundation.
Se a Josef Albers è dedicato un museo a Bottrop, anche il nostro Giorgio Morandi può disporne di uno, altrettanto importante, nella sua Bologna. È il bellissimo Museo Morandi.
Il museo vanta la più ricca e completa raccolta di opere del grande artista bolognese. Grazie ad esse l'artista rivive attraverso i suoi soggetti più amati e le tecniche preferite.
Nelle sale più ampie sono in mostra le sue famose tele. Dalle celebri nature morte con bottiglie e caraffe ai vasi di fiori. Dai paesaggi alle vedute del cortile di casa.
In spazi più discreti sono esposti i delicati acquarelli e i disegni. In altri ancora si possono ammirare le straordinarie incisioni, prede ambite di ogni autentico appassionato di grafica. Qua e là, poi, protetti da bacheche, fanno capolino, in "carne e ossa", le bottiglie e gli oggetti veri, tante volte copiati. E dulcis in fundo, una stanza accoglie una ricostruzione dello studio con le suppellettili originali.
Il museo Morandi non è una semplice esibizione di vestigia museali. Permette davvero di capire l'artista, di entrare nella sua testa. Morandi non potrebbe essere raccontato meglio di così!
Insomma! I quadri sono bellissimi, l'ambiente accogliente, la visita del tutto piacevole e rilassante. Cosa chiedere di più?

Su Artdreamguide trovi una presentazione del Museo Morandi di Bologna, con le caratteristiche principali.
Palme, paesaggi anemici, biciclette, alberi, mele, campi di grano, gigli d'acqua. Per molti sono questi i soggetti tipici dei quadri di Mario Schifano. Opere segnate da tratti vorticosi, quasi sculturali. Tele dalle tinte vivaci, ottenute con spazzolate di smalto su tela, o spremendo direttamente il colore dal tubetto.
Come definirle? Forse, così: superfici su cui si esprime tutta l'energia gestuale dell'autore.
Questo genere di opere ha improntato all'incirca gli ultimi vent'anni di attività dell'artista. Con esse Schifano ha inondato il mercato, inflazionandolo e creando non indifferenti problemi di autenticità.
Ma non è certo questa la produzione che colloca Mario Schifano tra le figure più importanti dell'arte italiana del dopoguerra.
Il momento che conta è compreso tra la fine degli anni '50 e i primi anni '70. È quello in cui Schifano supera l'Informale cominciando a dipingere quadri monocromatici a smalto su carta da pacco. Ad essi seguono i quadri ispirati alla Pop Art, in cui compare il marchio della "Esso" o della "Coca Cola". Da lì poi si passa ai famosi cicli che rivisitano la storia dell'arte (il "Futurismo rivisitato") o che si rifanno all'immagine televisiva.
Alla prima parte del "momento d'oro" di Schifano è dedicata la formidabile mostra, aperta fino al 26 marzo, presso la Fondazione Marconi di Milano.

Su Artdreamguide puoi trovare i dettagli sulla mostra.
Riapre dopo alcuni restauri la Collezione Guggenheim di Venezia.
Qualcuno magari penserà: "E chissene importa!" Ma sbaglia.
Certo. A Venezia non si va tutti i giorni. E per di più, andandoci, c'è già un sacco di altre cose da vedere.
Ma se la Guggenheim è chiusa, in Italia dove si possono vedere opere veramente importanti di arte moderna?
I più bei quadri surrealisti si trovano lì. Cosi pure i migliori Picasso, Braque, Léger e Brancusi. Per non dire le uniche tele metafisiche importanti di Giorgio de Chirico visibili in un museo italiano. E poi l'astrattismo e Pollock.
Allora, prendiamone nota. E appena possiamo, andiamo a vederla.

Su Artdreamguide puoi trovare i particolari sull'avvenimento.
Ancora in vita, Renato Guttuso era un artista molto apprezzato.
Lavorava intensamente e con grande serietà. E questo non gli impediva di frequentare il mondo che "conta". Di lui parlavano sia le riviste specializzate, che i rotocalchi, e persino la televisione.
A causa di questa sua popolarità il pubblico si divideva in due schieramenti. Da una parte, quelli che lo amavano e stimavano. Dall'altra, quelli che lo disprezzavano: chi per la sua pittura, chi per la sua mondanità, chi per le sue simpatie politiche.
Dopo la morte, nel 1987, l'interesse del grande pubblico nei suoi confronti è via via scemato. A occuparsi del suo lavoro sono rimasti il figlio adottivo Fabio Carapezza, i suoi galleristi e un folto stuolo di collezionisti sempre entusiastici e appassionati.
Questo l'andazzo per tutti gli anni '90...
Da qualche tempo, però, l'indice di gradimento è aumentato.
Le mostre importanti si moltiplicano in ogni angolo d'Italia e del mondo. Ricordiamo, soprattutto, quelle presso il Museo Guttuso nella natìa Bagheria.
Altre due sono aperte proprio in questi giorni, rispettivamente a Torino e Milano. A Palazzo Bricherasio di Torino sono di scena i grandi capolavori di Guttuso. È un'occasione da non perdere per vedere tutte insieme alcune icone del Realismo: Crocifissione, La spiaggia, I funerali di Togliatti, Caffè Greco.

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Renato Guttuso si è spento il 18 gennaio 1987, all'età di 75 anni.
Come sempre succede, quando un grande artista scompare, lascia sul campo una lunga serie di problemi da risolvere. Gli aspetti ereditari, la gestione del patrimonio e, in particolare, della sua collezione personale.
Poi, rimane la complessa questione della valorizzazione e tutela del suo lavoro. E qui si innesta il discorso relativo alla creazione e gestione di un Archivio Generale delle opere dell'artista. È un punto senz'altro spinoso, per gli interessi che va a toccare, ma quasi inevitabile. Tanto più inevitabile quanto più le quotazioni dell'artista sono elevate e falsificarne le opere diventa allettante.
Molti di questi problemi si sono posti anche nel caso di Guttuso. Un patrimonio consistente. Una ricca collezione personale. Una storia artistica molto importante. Una produzione vasta e disseminata sul mercato. Quotazioni di rilievo, specialmente per le opere degli anni '40-60. Questo il quadro della situazione.
Dopo la morte a prendersi cura del lavoro di Guttuso è stato soprattutto il figlio adottivo Fabio Carapezza. Per affrontare le varie questioni sul tappeto ha fondato gli Archivi Guttuso.
Gli Archivi Guttuso sono stati tra i pochi esempi del loro genere a dotarsi di un sito web.
Non è colossale, ma vi si può trovare tutto ciò che serve: la biografia dell'artista, le immagini di molte opere importanti, una bibliografia abbastanza completa, la presentazione dei servizi. Non possono mancare, ovviamente, le istruzioni per far archiviare le opere.

Per vedere le opere di Renato Guttuso o per avere informazioni sui servizi, visita il sito degli "Archivi Guttuso".

Piccolo dizionario per normali esseri umani:
- 404: è un codice di stato usato in Internet. Quando un utente cerca di visitare una pagina web e non arriva da nessuna parte, sul monitor appare la scritta ferale "HTTP Error 404: Page not found".
- Applet: programmino che può essere incluso in una pagina web. Quando viene vista la pagina, il browser avvia la applet, che compie azioni divertenti e del tutto innocue per il computer
- Processing: è un linguaggio di programmazione che consente di creare applicazioni di arte elettronica.
Tra i giovani sperimentatori di "Processing" c'è Robert Hodgin.
Da alcuni anni lavora alla realizzazione di vari tipi di effetti speciali, visualizzabili via Internet. Sono delle "applet" complesse ma molto suggestive. In molti casi consentono all'utente di interagire, modificando il comportamento dell'effetto.
I risultati dei suoi sforzi sono confluiti in una sorta di contenitore, che ha chiamato Flight404. Come a dire: si vola, si vedono tante cose, ma non si arriva da nessuna parte...
Come in un album di ricordi di viaggio, l'autore elenca svariati soggetti: galassie, raggi cosmici, flussi di lava, onde luminose, aggregazioni molecolari, ecc. Per ognuno di essi consente di vedere immagini, video, animazioni.
Ce n'è per tutti i gusti, a patto di disporre di tanta banda...

Se hai un po' di tempo a disposizione, approfittane per visitare Flight404, di Robert Hodgin
- Il 19 febbraio, a Reggio Emilia, è stata inaugurata un'opera di Robert Morris. La scultura in bronzo, intitolata Less Than, risulta collocata nel Chiostro Piccolo del Complesso di San Domenico. L'avvenimento fa parte del progetto di committenza pubblica "Invito a", che in passato ha già coinvolto Sol LeWitt. Dopo Morris sarà la volta di Luciano Fabro, Eliseo Mattiacci e Richard Serra.

- Il collezionista Charles Saatchi ha recentemente venduto una delle opere più importanti di Damien Hirst in suo possesso. Si tratta di The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, il famoso squalo nella bacheca di formaldeide. Il prezzo pagato è di 6,5 milioni di sterline (9 milioni di Euro ca). L'acquirente sarebbe americano, ma se ne ignora l'identità.

- La piazza centrale del MART di Rovereto, cambia aspetto. Le statue di Mimmo Paladino lasciano posto a un'installazione di Antonio Riello giocata sull'effetto sorpresa. L'opera verrà presentata domani 25 febbraio.
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