Mostre di arte moderna e contemporanea

Vite private. Fotografie di Erwin Olaf

17 giugno - 12 settembre 2010

Forma - Centro Internazionale di Fotografia
Piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
Tel. 02-58118067
Orari: 10-20, gio-ven 10-22, lunedì chiuso

Phil Stern non è l'unico artista col quale Forma ha deciso di festeggiare i primi 5 anni di attività. A questo grande fotoreporter, nato a New York nel 1919, è stato, infatti, affiancato un fotografo olandese, Erwin Olaf, più giovane di 40 anni, ma già famoso. Oltre ad aver esposto in importanti musei europei e americani e aver ottenuto diversi premi, tra cui quello dei Giovani Fotografi Europei (1988), ha realizzato, infatti, anche molte campagne pubblicitarie per grandi marchi, come la Diesel e la Heineken, che gli hanno fatto vincere il Leone d'Argento a Cannes nel 1998 e nel 2001. I due comunque non potrebbero essere più diversi anche se Olaf ha dichiarato che molte sue opere si ispirano al cinema americano degli Anni Cinquanta, che Stern ha immortalato in tantissime fotografie, ricche di movimento e di vita. Quella che manca, infatti, nelle sue opere è proprio la vita, l'allegria, la speranza, la voglia e la forza di cambiare le cose.

Olaf, che è considerato un "genio della moderna fotografia di ritratto", non lavora mai di getto e, a differenza di Stern, che ama "lavorare sul campo", preferisce costruire le sue opere in studio utilizzando attori e modelli, che seguono scrupolosamente le sue indicazioni, e progettare ogni immagine nei minimi particolari. Quello che lo interessa, infatti, non è documentare la realtà, ma analizzare e suggerire la dimensione privata delle persone mostrando l'interno delle case, le atmosfere, gli sguardi, i gesti, le parole inespresse. Dare vita, insomma, a delle storie, che però devono rimanere sospese, in attesa di un finale che non arriverà mai. Per lui, infatti, "la cosa migliore è quando... rimane un punto interrogativo".

La mostra in corso da Forma, realizzata in collaborazione con la Mondrian Foundation e il Consolato Olandese, è la sua prima, grande, personale italiana e offre al pubblico la possibilità di vedere una panoramica delle sue serie più recenti e significative, che sono Rain (2004), Hope (2005), Grief (2007), Fall (2008), Dusk (2009), Down (2010) e Hotel (2010), il suo ultimo lavoro.

Guardando i soggetti di Hope (Speranza) e Rain (Pioggia) sembra di trovarsi davanti a dei fotogrammi, tratti dai filmati americani degli Anni Cinquanta. Ci sono i boy-scout, le ragazze pon pon, le casalinghe della middle class. Manca però quella allegria e quella gioia di vivere, che ha sempre creato un moto di invidia negli spettatori.
È come se i personaggi ritratti avessero tolto la maschera mettendo in mostra le paure e le ipocrisie della società borghese a stelle e strisce. Un'inadeguatezza, che neppure l'ironia del fotografo riesce a mitigare.

L'atmosfera irreale e un po' grottesca di Hope e Rain lascia il posto a quella decisamente più tragica di Grief (Dolore). Le persone che Olaf ha immortalato in questa serie sembrano, infatti, completamente in balia dell'inquietudine, dell'angoscia e della disperazione. Alcune piangono, le altre invece fissano in modo enigmatico fuori dalla finestra, come se fossero in attesa di qualcosa che possa cambiare le loro vite.
I loro gesti, i loro comportamenti assomigliano a quelli di chi ha appena ricevuto il benservito dalla persona amata e non sa più cosa fare, per cui non fa nulla e si chiude in se stesso.
Ancora più depressi appaiono i modelli di Fall (Caduta). Olaf li ha ritratti, infatti, a occhi bassi, in una posizione decisamente innaturale per chi si trova davanti a un obiettivo. Il loro pudore, la loro vergogna, la loro ritrosia innescano però nell'osservatore tutta una serie di domande e curiosità, che lo spingono a immaginare delle storie. A chiedersi cosa possa essere successo perché si siano ridotti così.

Decisamente diversa è l'origine di Dusk (Crepuscolo). L'artista, infatti, ha cominciato a realizzare questa serie, di cui è esposto anche un video, dopo aver visto The Hamptons Album, un album di fotografie di studenti afroamericani dei primi del Novecento, realizzato dalla fotografa Frances B. Johnston. Il fascino di queste immagini, lo ha spinto, infatti, a ricostruire quelle atmosfere, giocando sui temi del nero tipografico e fotografico.
A questa attrazione per i toni scuri, che richiamano alla mente problematiche politiche e razziali, non poteva non seguire quella per il bianco, suggerita da un viaggio in Russia. È nata così un'altra serie di foto accompagnata da un video, Down (Alba), ambientata nell'Ottocento e basata su colori chiari, lattei, opalescenti.

Hotel coi suoi abiti alla rinfusa, le bottiglie di whisky, le valigie disfate a metà, deve molto all'esperienza di viaggiatore di Olaf, ma non mancano comunque riferimenti alla storia del cinema o dell'arte. Guardando queste foto, è infattti, molto difficile non pensare a Hopper e all'atmosfera triste e desolata di certi suoi quadri, ambientati in squallide stanze d'albergo.

Come quella di Stern, anche la mostra di Olaf è accompagnata da un bel volume, curato da Alessandra Mauro ed edito da Contrasto.

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