Mostre di arte moderna e contemporanea

Immagini Inquietanti / Disquieting Images

19 ottobre 2010 - 9 gennaio 2011

Triennale
Viale Alemagna 6, Milano
Tel. 02-724341
Orari: 10:30-20:30, gio 10:30-23, lunedì chiuso. Vietata ai minori di 14 anni

Col passare degli anni cambiano gli usi, cambiano i costumi e anche il comune senso del pudore, tanto è vero che argomenti che un tempo erano considerati tabù, ora vengono tranquillamente discussi in un ambito pubblico come la TV.
Se quello che ora è lecito e permesso abbraccia uno spazio molto più vasto di quello che era concesso un tempo ai nostri nonni, ci sono però sempre delle aree oscure, che fanno paura e di cui si preferisce non parlare.
A queste zone inconfessabili dei nostri pensieri e della nostra mente è dedicata questa mostra, che, per scelta dei curatori, Germano Celant e Melissa Harris, si apre con la fine degli Anni Sessanta. Un periodo contrassegnato dalla lotta contro l'ipocrisia borghese, dalla condanna della guerra, dalle rivendicazioni femminili.

Le immagini esposte, che arrivano da tutte le parti del mondo, grandi città e sperduti paesini, parlano di situazioni sgradevoli e inquietanti, come la malattia, la morte, le perversioni sessuali, la violenza sulle donne, la guerra, gli stravolgimenti ecologici, le calamità naturali, gli abusi sugli animali. Pongono sotto i nostri occhi fatti che solitamente tendiamo a rimuovere e dimenticare perché non riusciamo ad accettare che li abbiano commessi uomini come noi.
Via via che ci si sposta nelle diverse sale, dove le foto di artisti e fotoreporter, sono presentate per assonanza di temi, si avverte fortemente uno spostamento dalla dimensione privata a quella sociale. Col passare del tempo, infatti, certe pratiche, prima ritenute aberranti o sconvenienti, come l'amore gay e lesbico (Nan Goldin) o il sesso di gruppo (Donna Ferrato, Kohei Yoshiyuchi), hanno smesso di restare nell'ombra e sono diventate di "dominio pubblico". Sono ancora considerate discutibili, ma non fanno più così scandalo. Fanno invece ancora molto male, perché indicano l'esistenza di un disagio psichico, di un senso di inadeguatezza, o perché procurano danni alla salute, l'uso di droghe (Brian Weil) e di pratiche sadomaso (Robert Mapplethorpe) e, soprattutto, la violenza nei confronti di donne e bambini (Stephanie Sinclair). Una sofferenza che è privata ma diventa sociale quando si vive in paesi dove il genere femminile è considerato poco più di un oggetto e le donne, che non vogliono accettare sopprusi e imposizioni, hanno una sola possibilità, quella di scegliere la morte. Un evento che non risparmia nessuno, soprattutto quando c'è di mezzo la guerra (Gilles Peress, Nina Berman) o una calamità naturale.
In questo caso, la colpa di chi non è direttamente coinvolto nell'azione sta nel non rendersi conto di quello che sta succedendo e delle conseguenze che questo evento potrà avere per molti anni.
Sintomatici di questa disattenzione sono l'opera di Alfred Jaar (Untitled Newsweek, 1994), che fa capire quanto certi conflitti, come quello del Ruanda, non trovino spazio neppure sui giornali, e quella di James Natchtwey, che mostra l'indifferenza di chi passeggia per Haiti senza curarsi dei morti accatastati per strada.
Non c'è comunque bisogno di andare così lontano per trovare esempi di omertà e silenzio, come dimostrano i delitti di mafia (Letizia Battaglia) e le carneficine legate al commercio della droga (Cesar Aguilar Fuentes), che spesso coinvolgono vittime innocenti.

Bisogna essere vigili, prestare attenzione. Questo ci dicono con questa mostra fotografi e curatori. Infatti, anche se certe situazioni sembrano mille miglia lontano dalla nostra quotidianità, esse sono reali, drammaticamente vere, e mettono in luce la cattiveria che alberga in fondo a tutti noi e che solo i freni inibitori, dettati dalla coscienza e dalla civiltà ci fanno tenere sotto controllo. Ci sono, infatti, cose che non cambiano mai, come la prepotenza, la sopraffazione, la malvagità, retaggio di quell'homo homini lupus di lontana memoria, che si dimostra tuttora di dolorosa e drammatica attualità e non risparmia neppure gli animali (Michael Nick Nichols) o l'ambiente (Philip Jones Griffiths, Richard Misrach, Pieter Hugo).
Ben venga allora quel barlume di speranza che ci viene dal concitato operare dei medici di un ospedale da campo. Segno della nostra umanità, della nostra capacità di guardare in faccia le cose, anche le più turpi e riprovevoli, e cercare di porvi rimedio. Quello che ci disturba, che ci dà fastidio, infatti, dice molto di noi e dei nostri sentimenti. E non dobbiamo aver paura di guardarci dentro. Comprendere il nostro lato oscuro, infatti, significa avvicinarci al possesso di noi stessi.

La mostra, che presenta molte immagini crude e violente, è vietata ai minori di 14 anni, che spesso non sono in grado di dare il giusto peso a quello che vedono. Il divieto comunque non è assoluto. Potranno, infatti, vederla con i genitori, che forniranno loro gli strumenti più adatti a capire quello che sta succedendo in giro per il mondo.

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