Mostre di arte moderna e contemporanea

Roger Ballen 1982-2009

7 ottobre - 8 novembre 2009

Triennale
Viale Alemagna 6, Milano
Tel. 02-724341
Info: 10:30-20:30, gio 10:30-23, lunedì chiuso

Non è la prima volta che la Triennale di Milano ospita una mostra di fotografia, ma in questo caso l'esposizione non è qualcosa di estemporaneo. Fa parte, infatti, di un ciclo appositamente dedicato alla fotografia contemporanea, che questo spazio ha deciso di inaugurare alla grande con le immagini di Roger Ballen, alla sua prima, importante retrospettiva italiana.

La mostra, curata da Andrea Bellini in collaborazione con la Galleria Massimo Minini, presenta un'ampia selezione di immagini in bianco e nero, che il fotografo americano, erede di "artisti" vicini all'estetica surrealista, come André Kertesz, Man Ray, Ralph Eugene Meatyard e Hans Bellmer, ha scattato tra il 1982 e il 2009. Si ha così la possibilità di seguire un periodo fondamentale della sua carriera, che è stato caratterizzato dalla ricerca di un linguaggio autonomo e personale, che lo ha portato da un approccio documentaristico a uno stile decisamente più soggettivo, che a prima vista può sembrare immediato e istintivo, ma così non è. Le sue foto, infatti, sono sempre frutto di uno studio attento e meticoloso, che tuttavia non le rende fredde e oggettive. Grazie alla complessità delle scene e delle composizioni e all'ambiguità e inafferabilità dei soggetti raffigurati, Ballen riesce, infatti, a creare immagini cariche di emozione e mistero, che catturano lo sguardo degli osservatori e non permettono loro di rimanere indifferenti neppure quando trovano difficoltà ad afferrare il significato di un'opera. I riferimenti e i livelli di lettura presenti all'interno di ogni foto, infatti, sono così tanti, che ogni volta si ha l'impressione e la voglia di scoprire qualcosa di nuovo.

Il raporto tra Ballen e la fotografia ha radici lontane. Sua madre, infatti, lavorava come picture editor per la Magnum, una delle più importanti agenzie fotografiche internazionali, e, di conseguenza, lui ha avuto la possibilità di conoscere il lavoro dei più interessanti fotografi del tempo. Personaggi del calibro di Cartier-Bresson, Elliott Erwitt, Paul Strand e André Kertesz.
Da ognuno di loro ha tratto qualcosa, ma Kerstesz è stato quello che gli ha trasmesso l'idea che la fotografia poteva essere arte, un insegnamento che lo ha colpito profondamente e che, in seguito, ha avuto un'influenza fondamentale sul suo lavoro. Per il momento, infatti, ha continuato a occuparsi di fotogiornalismo documentando le lotte per i diritti civili e le proteste contro la guerra in Vietnam.

Il primo impatto di Ballen con l'ambiente artistico è avvenuto nel 1973, quando ha deciso di frequentare l'Art Student League di New York e cominciare a dipingere. Quello stesso anno però è stato preso anche da una gran voglia di viaggiare, di scoprire il mondo, e ha deciso di assecondare questo suo desiderio facendo l'autostop da Il Cairo a Città del Capo, da Istanbul alla Nuova Guinea.
Da questo viaggio, che è stato una grande esperienza di vita, è nato il suo primo libro, Boyhood, nel quale ha cercato di trovare un compromesso tra gli elementi della fotografia documentaristica e una visione più strettamente personale.

Il periodo più importante della sua carriera professionale è stato comunque quello passato in Sudafrica. È lí, infatti, che ha cominciato a interessarsi della vita intima delle persone, a bussare nelle case per conoscere e fotografare il loro modo di vivere.
Al 1982 risale anche un altro fatto importante, l'acquisto di una Rolleiflex 6x6, che ha avuto un impatto fondamentale sul suo lavoro, sia per le prestazioni che gli permetteva di raggiungere, sia per il formato, che, essendo quadrato, gli consentiva di "inquadrare ogni immagine in modo tale che nessuna delle dimensioni potesse sembrare dominante".

Tra il 1982 e il 1986 Ballen realizza una serie di foto che riguardano cavi elettrici, segni sui muri, macchie ecc. Vengono raccolte in un libro, intitolato Drops, Small Towns of South Africa, che Ballen considera fondamentale per tutto il suo lavoro successivo. Sono presenti, infatti, alcuni temi, che lo accompagneranno anche in seguito.
Il suo terzo libro, Platteland: Images from Rural South Africa, esce nel 1986, ma non viene accolto affatto bene perché buona parte del pubblico e la comunità artistica sudafricana ritengono che Ballen abbia speculato sulla disperazione di un gruppo di emarginati. Questo comunque non corrisponde al vero e chi punta il dito contro di lui lo fa soltanto per occultare una situazione scomoda. La realtà che ha fotografato, infatti, è quella dei "bianchi poveri", una categoria sociale di cui, fino ad allora, nessuno aveva mai osato parlare e che si preferiva passare sotto silenzio.

Cambiato il clima sociale e politico, quelle immagini, inizialmente così osteggiate, cominciarono a essere acclamate e ricercate. Ma ormai Ballen era andato oltre. A partire dalla fine degli anni '90, infatti, aveva cominciato a interagire con queste persone, a inventare storie e scenari improbabili, a creare immagini intense, complesse, di volta in volta ironiche, brutali, inquietanti e poetiche. Aveva smesso i panni del documentarista per indossare quelli dell'artista, che non ritrae le cose così come sono, ma come le vede dentro di sé e se per caso manca qualcosa, la aggiunge. Che è poi quello che fa coi disegni e graffiti che compaiono in Shadow Chamber.
Le foto inserite in questa raccolta e nella successiva, Boarding House, si presentano, infatti, come dei particolarissimi tableaux vivants, in cui gli oggetti reali vengono usati come segni astratti di carattere pittorico e non mancano disegni e graffiti, che riecheggiano lo stile di Dubuffet.
Dietro queste espressioni artistiche, istintive, spontanee e naturali, che richiamano quelle dei bambini, dei malati di mente, dei primitivi, possono nascondersi, infatti, molteplici significati, che hanno a che fare con la psiche umana e, che, con la loro ambiguità, sono in grado di stimolare la mente, l'immaginazione e il cuore di chi le guarda. Secondo Ballen, infatti, le opere migliori e più stimolanti sono quelle che non si capiscono.

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