Mostre di arte moderna e contemporanea

NIPPON KB. Sguardi sul Giappone

2 luglio - 6 settembre 2009

Forma - Centro Internazionale di Fotografia
Piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano
Tel. 02-58118067
Orari: 11-21, gio-ven 11-23, lunedì chiuso

Quest'anno il Comune di Milano ha deciso di rendere omaggio al Giappone e ai suoi artisti. E il Centro Forma ha fatto suo questo programma dedicando la mostra estiva ad alcuni grandi fotografi del Sol Levante.

La rassegna, che si intitola "Nippon Kobo" (Laboratorio Giappone), come uno dei primi gruppi fotografici giapponesi, qui rappresentato dal maestro Ihei Kimura, che, nel 1933, assieme a Yonosuke Natori, ha contribuito alla sua creazione, è stata realizzata grazie alla collaborazione della Maison Européenne de la Photographie (MEP) di Parigi, che, oltre a uno smisurato patrimonio di opere di diversa scuola e tendenza, vanta anche una straordinaria collezione di immagini di autori giapponesi, che sono il frutto di un'intelligente operazione di supporto culturale. Fanno parte, infatti, di un fondo fotografico in continua evoluzione, che, a partire dal 1992, la Dai Nippon Printing Co. LTD, uno dei leader mondiali nel campo della stampa, ha deciso di mettere a disposizione della MEP per ricordare il ruolo giocato dai giapponesi nella storia della fotografia mondiale.

Le opere esposte, selezionate da Jean Luc Monterosso, Alessandra Mauro e Pascal Hoel, sono 140 e sono state state realizzate, tra gli anni '50 e oggi, da 13 grandi fotografi, diversi per stile e poetica. Nonostante le differenze di approccio e sensibilità, si può comunque individuare una matrice comune, uno "specifico giapponese", che può essere sintetizzato in un forte interesse per la natura, il paesaggio e la tradizione, in un atteggiamento contemplativo e malinconico, nella necessità di ricordare eventi drammatici e dolorosi, che possono riguardare la sfera privata o l'intera nazione.

Chi frequenta musei, fiere e gallerie d'arte non avrà difficoltà a riconoscere Nobuyoshi Araki e Hiroshi Sugimoto, che sono molto apprezzati in Occidente, ma questo non significa che gli altri non siano altrettanto originali e interessanti. O forse di più. La sorpresa e lo stupore, infatti, possono giocare a loro favore stimolando l'interesse e l'attenzione dei visitatori.

Il percorso espositivo, suddiviso per autori, si apre con le immagini di Ihei Kimura, che è considerato il più importante rappresentante del realismo fotografico giapponese e ci offre uno spaccato della vita quotidiana del suo paese. Basta girare lo sguardo per ritrovarsi però in un mondo completamente differente, quello di Shoji Ueda, autore di studiate e raffinatissime immagini oniriche e surreali.
Di grande bellezza e poesia sono anche gli scatti di Ikko Narahara, che si conferma con queste opere uno dei più sensibili fotografi giapponesi.

La vita, l'amore, la morte, il corpo, la sensualità e l'erotismo sono le tematiche principali affrontate da Eikoh Hosoe, che usa la macchina fotografica per rappresentare "ciò che esiste, invisibile, nella sua memoria".
Il ricordo assume un'importanza fondamentale anche nelle opere di Shomei Tomatsu, che si serve della fotografia per portare alla luce e denunciare coi "fatti" la terribile tragedia di Nagasaki e dei suoi abitanti, che portano tutt'ora sul corpo le cicatrici di quella disumana esplosione nucleare.

Il mondo anarcoide e pittoresco del teatro di strada è il campo di indagine di Daido Moriyama, che, come Tomatsu e Hosoe fa parte del gruppo "Vivo".
Alle città si interessa anche un altro artista, Ryuji Miyamoto. Ad affascinarlo però non sono tanto le persone quanto gli edifici, le loro trasformazioni, le loro rovine. Gli scenari da incubo o gli effetti devastanti del terremoto, che lui immortala con la sua macchina fotografica, rappresentano, infatti, per lui una sorta di esorcismo, che lo aiuta ad accettare la realtà e convivere coi propri incubi.

La crescita continua e inarrestabile delle metropoli è uno dei temi principali della poetica di Naoya Hatakeyama, che ci racconta lo sviluppo verticale delle città ma anche la loro vita nascosta, fatta di radici di cemento e canali malsani.
Un altro soggetto che occupa i suoi pensieri sono le cave di calcare, che gli servono per mostrare come l'uomo stia erodendo e consumando il paesaggio al fine di crearsi un suo habitat.
La natura e il panorama urbano, ritornano, con ben altri toni, anche nelle immagini di Taiji Matsue, che è uno dei più apprezzati fotografi contemporanei. L'attenzione che mostra per i dettagli, fa perdere infatti, la visione d'insieme e non lascia spazio all'identificazione dei luoghi.
Un'operazione per certi versi simile, ma di segno opposto, è quella che compie Miyako Ishiuchi. Il suo campo di indagine riguarda però il corpo umano di cui esplora i più minuti particolari. Come se la pelle, le pieghe, le cicatrici di una persona potessero raccontarci la sua storia, le sue emozioni e farcela sentire vicina.
Se nel primo caso, quindi, l'immagine è così obiettiva e dettagliata, che proviamo un senso di straniamento, nel secondo, invece, è così vicina e "palpabile", da farci sentire un legame fisico ed emotivo col soggetto ritratto.

La fotografia concettuale occupa il centro della sala grande di Forma, dove si trovano le opere di Hiroshi Yamazaki e Hiroshi Sugimoto, che applicano la tecnica della lunga esposizione per ottenere particolari effetti di luce o di vuoto.

La vita, la morte, il dolore, tornano prepotentemente nei lavori di Nobuyoshi Araki, che, nei suoi diari fotografici (Sentimental Journey, Winter Journey), racconta il suo amore per Yoko, la compagna della sua vita, morta prematuramente nel 1990.
Con lui la foto diventa ricordo, memoria, mezzo per fissare il reale e cercare di capire l'essenza delle cose.

"Nippon KB" è affiancata da una serie di immagini che Daniele Dainelli, affascinato dall'Eclisse (1962) di Michelangelo Antonioni, che parlava di società del benessere, ma anche di crisi esistenziale, legata alla difficoltà dei rapporti umani, ha deciso di dedicare a Tokyo.
Benché abbia tentato di dimostrare il contrario, le sue foto, scattate nel 2004, mostrano una città affascinante ma difficile da abitare. La gente, infatti, sembra così indaffarata e indifferente nei confronti degli altri, così incapace di comunicare sensazioni e sentimenti, che i suoi comportamenti si adattano perfettamente alla freddezza e al silenzio delle sue architetture, bellissime ma poco accoglienti.

Un'altra rassegna, aperta anch'essa fino al 6 febbraio 2009, è dedicata alle opere che Marco Vacca, un impegnato e sensibile fotoreporter italiano, premiato nel 1999 dalla World Press Photo, ha scattato in Sudan tra il 2005 e il 2008.
Nelle sue immagini rivive la triste realtà degli abitanti del Darfur, vittime innocenti di un conflitto infernale, che colpisce soprattutto i civili spingendoli a cercare rifugio nei campi profughi di Abushouk, Kalma, Kass e Garsila o nel vicino Ciad.

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