Mostre di arte moderna e contemporanea

Edward Hopper

14 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano
Tel. 02-804062
Orari: lun 14:30-19:30, mar-dom 9:30-19:30, gio e sab 9:30-22:30

È arrivata finalmente a Milano l'attesissima mostra su Edward Hopper, anticipata a luglio da un inedito shooting fotografico, che ha reso il pubblico protagonista della campagna di comunicazione. Questa rassegna, infatti, che fa parte del progetto "Milano Mondo", oltre a farci conoscere un artista straordinario, considerato uno degli interpreti più rappresentativi del realismo americano, ha lo scopo di avvicinare più gente possibile al mondo dell'arte per combattere l'ignoranza e l'emarginazione. La cultura, infatti, sta dimostrando ogni giorno di più la sua importanza come strumento di inclusione sociale, e Hopper, che più di altri ha parlato di solitudine, silenzio e desolazione, è senz'altro l'artista più indicato per affrontare questi argomenti.

La mostra, allestita al primo piano di Palazzo Reale, è curata da Carter Foster, che è conservatore del Whitney Museum of American Art di New York, e non avrebbe potuto essere diversamente. Questa istituzione americana possiede, infatti, uno straordinario corpus di opere dell'artista, che è frutto del lascito della moglie Josephine. Ed è proprio da lì che arriva la maggior parte dei lavori esposti in questa rassegna, che ha potuto contare comunque anche su altri prestiti, provenienti da Newark, Chicago ecc.

Il percorso espositivo, suddiviso in sette sezioni, segue un ordine che è cronologico e tematico al tempo stesso. Oltre a ripercorrere le tappe principali della formazione e della produzione artistica di Hopper, prende, infatti, in considerazione tutte le tecniche predilette dall'artista, che, oltre alla pittura, ha praticato con successo anche l'incisione e l'acquerello.
Ampio spazio viene dedicato anche ai disegni di Hopper, che spesso, come nel caso di Movie (1939) o Morning Sun (1952), sono strettamente legati ai lavori a olio. I dipinti di Hopper, infatti, non sono il frutto di una semplice riproduzione dal vero, ma il risultato di un lungo lavoro di rielaborazione in studio, che gli consente di operare una sintesi tra situazioni e immagini, colte in diversi tempi e luoghi. Ed è forse per questo che le sue opere possono dare adito a diverse interpretazioni. Non a caso, infatti, c'è chi ha visto in esse una delle più riuscite rappresentazioni della solitudine e dell'incomunicabilità umana e chi, invece, complici le parole dell'artista, che non amava affatto l'etichetta di "pittore della solitudine", vi ha scorto il germe di una ricerca metafisica, volta a cogliere l'essenza della natura e dell'uomo.

La verità probabilmente sta nel mezzo e quella che Hopper vuole mostrarci attraverso le sue desolanti scene di interni o i suoi paesaggi essenziali e deserti è soltanto l'America della gente comune, vista attraverso gli oggetti e i luoghi del vivere quotidiano. Un'America un po' fuori moda, dove non esistono grattacieli, fabbriche e automobili, ma case coloniche, pompe di benzina, caffè e stanze d'albergo. Un'America provinciale, dove ogni giorno è uguale all'altro e il tempo sembra dilatarsi a dismisura, lasciando spazio per i ricordi, i rimpianti, i sogni. Che sono, assieme all'amore, tra i sentimenti più potenti di ogni essere umano. Siamo comunque sempre nel campo della finzione. Quello che è successo davvero resta, infatti, un mistero, un enigma appena sfiorato, al quale ciascuno può dare la propria interpretazione, ed è proprio qui che sta la grandezza di Hopper: essere riuscito a rendere una scena apparentemente banale qualcosa di universale.

L'importanza che concetti come tempo, spazio e memoria hanno all'interno della poetica dell'artista viene posta in risalto anche in altre sale, dove sono esposti alcuni dei suoi lavori più celebri, come Cape Cod Sunset (1934), Second Story Sunlight (1960), A Woman in the Sun (1961). Immagini intense, struggenti, velate di malinconia e di attesa, da cui talvolta emerge una sorta di compiaciuto erotismo.
Quando si guardano queste "scene", si ha quasi sempre l'impressione di vedere l'inquadratura di un film, il frammento di un racconto. Hopper, infatti, amava il cinema, il teatro, la fotografia e affrontava la progettazione della tela come se dovesse allestire un set cinematografico. I primi ad accorgersi di questo suo talento furono proprio i registi, Hitchcock in testa, che presero dai suoi dipinti più di uno spunto per i loro filmati.

La mostra è accompagnata da un'accurata documentazione della vita di Hopper e della storia americana tra gli anni '20 e i '60, da un bel catalogo, edito da Skira, e da numerosi eventi collaterali. Dopo Milano, verrà riproposta alla Fondazione Roma Museo (16 febbraio-13 giugno 2010) e alla Fondation Hermitage di Losanna (24 giugno-17 ottobre 2010).

Links ad altre pagine di Artdreamguide correlate