Mostre di arte moderna e contemporanea

Rumore: un buco nel silenzio

28 febbraio - 25 maggio 2008

Spazio Oberdan
Viale Vittorio Veneto/Piazza Oberdan, Milano
Tel. 02-77406300
Orari: 10-19:30, mar e gio 10-22, lunedì chiuso. Primo martedì di ogni mese ingresso gratuito

In genere, quando pensiamo al "rumore", ci viene in mente qualcosa di fastidioso, assordante, ripetitivo, come il fischio di un treno, la sirena di un'ambulanza, il rombo di un tuono, lo stridio dei freni, e perfino il ronzio delle zanzare. Qualcosa che è comunque sempre strettamente legato al suono. Eppure a far rumore sono anche molte altre cose, che si possono, a buon diritto, considerare silenziose.
Si sente spesso parlare, infatti, di notizie che "fanno rumore" perché sono così eclatanti da scatenare dei veri e propri putiferi, oppure di rumori legati alla comunicazione, che non sono necessariamente verbali, ma possono essere causati da fraintendimenti di altro tipo. Si tratta, ovviamente, di casi molto particolari, legati a modi dire e termini tecnici o settoriali.
Qualcosa di simile capita anche nel campo dell'arte e in poesia. Sia le immagini che i versi sono in grado, infatti, di far percepire ciò che non viene espresso verbalmente o attraverso l'uso di musiche o suoni.
È in questo contesto, ma non solo, che si colloca la mostra allestita in questi giorni allo Spazio Oberdan. Una rassegna, che arriva dal festival "Estate in Poesia", che si svolge ogni anno a Watou, nelle Fiandre, dove è stata considerata la manifestazione più interessante del 2007.

La mostra, curata da Gwy Mandelick, ideatore del festival belga, e da Giacinto Di Pietrantonio, direttore della GAMeC di Bergamo, ha carattere multidisciplinare e affianca le opere di 22 artisti contemporanei internazionali, che si sono confrontati sul tema del rumore, ai versi di 15 poeti, in buona parte europei. Anche la poesia, infatti, grazie alla sua carica evocativa, è in grado di farci immaginare pause, brusii, e suoni di ogni tipo dove c'è solo carta e inchiostro.
Accanto a opere che si imprimono con forza nella mente per la loro pregnanza visiva, come quelle di Shirin Neshat, che, con le sue fotografie, belle e drammatiche, ha saputo "dar voce", alle donne del suo paese, o di Melik Ohanian, che ha ripreso, nei suoi video, "mani che parlano" di lavoro, fatica, dolore, disperazione, si trovano quindi le poesie di autori come Montale, Pessoa, Sbarbaro, Roca ecc., che sono maestri nella creazione di versi musicali, onomatopee e giochi di parole.
Anche il titolo, del resto, trae ispirazione da una poesia. È preso, infatti, da un verso del poeta olandese H. Faverey ("Een lek in het zwijgen:noise" - Un buco nel silenzio: rumore), che ha posto l'accento sulla paura irrazionale che ci prende quando dobbiamo dire qualcosa di importante. È allora, infatti, che molte persone non riescono a esprimersi e si chiudono nel silenzio, mentre altre parlano a ruota libera, coprendo con parole prive di senso ciò che davvero conta per loro.

Il mondo d'oggi, ricchissimo di immagini e suoni, è una miniera d'oro per gli artisti, che, nelle loro opere fanno un uso abbondante di entrambi mischiando tecniche e discipline. Ad anticiparli sono stati però i futuristi, che sono stati tra i primi a individuare la possibilità di un rapporto tra arte, suono e poesia e a pensare di fare musica utilizzando i rumori prodotti dagli oggetti più disparati. Cosa che poi ha fatto anche John Cage, di cui, in questo contesto, si vede però un pianoforte "votato al silenzio".
Sulla stessa linea si pone anche Chiari, che ha trasformato uno strumento dello stesso tipo in scultura, ossia in un oggetto bello a vedersi, da apprezzare quindi per le qualità estetiche, e non per quelle sonore.

Le opere esposte, oltre a muoversi nello spazio fluido che separa il rumore dal silenzio, sono state posizionate in modo da interagire tra loro e con le parole dei poeti, che i curatori hanno scelto di affiancare a ogni lavoro. E questo gioco di rimandi, intelligente e creativo, ha un'importanza fondamentale per la riuscita dell'esposizione perché induce gli spettatori a diventare parte attiva della mostra e a riflettere su ciò che vedono e sentono in base delle proprie esperienze e sensibilità.
Ecco allora, per fare qualche esempio, l'accostamento tra Lara Favaretto (Una risata vi seppellirà - Omaggio a Gino de Dominicis, 2005) e Diego Perrone (La stanza dei cento re che ridono, 1999), oppure quello tra Mungo Thomson (The American Desert, 2002) e Joseph Beuys (Coyote "I like America and America Likes me", 1974). Ed è proprio il dialogo muto tra uomo e animale, raccontato nella performance dell'artista tedesco, a farci ricordare che si può comunicare con le immagini e le parole, ma anche col comportamento e le azioni.
Questo ci riporta al linguaggio dei segni, che viene utilizzato per trasmettere informazioni ai sordi. In questa situazione, infatti, si può tranquillamente affermare che le "immmagini parlano" e rumore e silenzio si trovano sulla stessa lunghezza d'onda.
Ad aver posto l'accento su questo modo di comunicare, è stato Jordan Wolfson, che, in un lavoro del 2005, Chaplin Piece, ha trasformato il discorso pronunciato da Charlie Chaplin nel Grande Dittatore in qualcosa d'altro, apparentemente meno minaccioso. La potenza e la forza si esprimono, infatti, sempre con toni piuttosto alti.

Durante il periodo della mostra, lo Spazio Oberdan ospiterà conferenze, proiezioni e incontri, volti a sviluppre ulteriormente questi argomenti. Particolare attenzione verrà rivolta alle scuole, alle famiglie, ai gruppi, per i quali sono previsti sconti e visite guidate. Il catalogo è edito da Electa.

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