Mostre di arte moderna e contemporanea

Antonio Ligabue. L'arte difficile di un pittore senza regola

20 giugno - 4 novembre 2008

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano
Tel. 02-804062
Orari: lun 14:30-19:30, mar-dom 9:30-19:30, gio 9:30-22:30

Quando la realtà è davvero difficile e tutt'attorno non c'è nient'altro che solitudine e disperazione, non resta che rifugiarsi nei sogni e nella fantasia, che sono capaci di aprire infiniti mondi e dare la forza necessaria ad andare avanti.
Qualcosa di simile deve essere accaduto anche ad Antonio Ligabue (1899-1965), che ha avuto un'infanzia turbolenta e infelice e ha trovato nell'arte e nell'immaginazione un rifugio sicuro ma non risolutivo. Diverse volte, infatti, è entrato e uscito dalle case di cura, dove veniva internato per i suoi eccessi umorali e i suoi comportamenti eccessivi e fuori dall'ordinario.
Ma cos'altro avrebbe potuto fare un uomo sradicato dal paese natio e dagli affetti più cari, vilipeso, deriso, temuto, se non nascondersi e vivere come un reietto, un rifiuto della società?
Il suo mondo erano le campagne e le rive del Po, gli animali, di cui amava la forza e la libertà e, soprattutto, la voglia di disegnare, scolpire e dipingere per tirare fuori paura e rabbia, delusione e sconforto. E forse anche comunicare sensazioni e bisogni. La sua lingua madre, infatti, era il tedesco e, all'inizio, quasi nessuno era in grado di capire le sue parole.
Un'altra grande passione erano le motociclette e appena se le potè permettere ne acquistò più d'una. Scorazzare per i viottoli e i campi della Bassa padana in sella a una Guzzi rossa, la sua preferita, voleva dire sfidare il vento e l'indifferenza, farsi notare, ruggire come una belva.

Ligabue era un uomo semplice, di poche pretese, ma era convinto della bontà della sua arte. Tanto è vero che non esitò a dire che dopo morto gli avrebbero fatto un film, una grande mostra a Parigi, un monumento. Parole che in seguito si sono rivelate profetiche come dimostrano le molte rassegne che si sono tenute in Italia e all'estero dopo la sua scomparsa.

Milano, che circa 30 anni fa gli ha dedicato una mostra, ha deciso di ricordarlo con quest'esposizione, che è una delle più vaste che si siano viste finora e ha lo scopo di assicurargli un posto di riguardo tra i principali esponenti del '900 italiano. Contrariamente a quanto è stato detto più volte, infatti, Ligabue non è un semplice artista naïf, ma qualcosa di più. Le scene agresti, i paesaggi campestri, infatti, sono solo una parte della sua prodzione artistica, che dà il meglio di sé nelle opere fantastiche e "visionarie", che trasformano la "Padania" in una selva oscura attraversata da belve feroci.

Antonio Laccabue, detto Toni Ligabue, ma anche "al mat" o "al tedesch", conobbe una fama crescente dopo il 1978 quando sugli schermi televisivi venne proiettato il film di Salvatore Nocita, tratto da un testo di Cesare Zavattini e interpretato da uno straordinario Flavio Bucci. A riscattare la sua dignità di artista e pittore furono però Mario de Micheli e Franco Maria Ricci, che, nel 1973, gli dedicarono un libro. Fino ad allora, infatti, Ligabue era considerato come un pittore ingenuo e un po' pazzo, un "buon selvaggio" che viveva isolato nei boschi e dava sfogo ai suoi impulsi immortalando su carta, su tela e nell'argilla la realtà della vita contadina e le sue visioni. Era più importante come "personaggio" che come pittore, tanto è vero che veniva confinato in quella che Sgarbi definisce "melassa dell'arte naïf".

Il primo a scoprirlo e ad accorgersi del suo talento fu, come spesso capita, proprio un artista, Marino Renato Mazzacurati, che conobbe Ligabue nell'inverno 1928-1929 e gli insegnò a usare i colori a olio. Ci vollero comunque anni prima che qualcuno gli organizzasse una mostra di ampio respiro e contribuisse a farlo conoscere in un ambito più vasto. Destino volle però che Ligabue, non potesse godere di questo successo. Nel 1962, a un anno dalla mostra romana, fu colto infatti da paresi e, nel 1965, morì.

La mostra allestita a Palazzo Reale è pressoché completa. Oltre alle tele più rappresentative dell'artista, ci sono infatti anche molti lavori inediti e opere che arrivano dall'estero.
Il percorso espositivo, che consente di ammirare 250 opere, tra dipinti, disegni e sculture, è strutturato in base ai 3 elementi fondamentali dell'arte di Ligabue, che sono ritratti, paesaggi agresti e raffigurazioni di belve feroci. Opere che emozionano per la carica espressiva e il colore. Ligabue metteva infatti nella sua pittura tutto se stesso, le sue passioni, i suoi desideri, i suoi bisogni erotici, le sue esigenze primarie. Dipingere non era per lui un fatto estetico, ma un impulso creativo insopprimibile, e quello che ci ha lasciato è un diario intimo capace di render conto del dramma della sua vicenda umana, certo non facile, ma anche della qualità artistica del suo lavoro.
Ampio risalto viene dedicato anche alla produzione plastica, che, come è stato detto durante la conferenza stampa, sembra opera di un altro artista. Non c' traccia infatti di quella impulsività e di quella "sregolatezza" che talvolta caratterizzano la sua pittura.

La rassegna è curata da Augusto Agosta Tota, che ha conosciuto l'artista negli anni '50 e ora è il direttore del Centro Studi & Archivio Antonio Ligabue di Parma. Il catalogo è edito da Franco Maria Ricci (FMR).

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