Mostre di arte moderna e contemporanea

Kiefer e Mao. Che mille fiori fioriscano

16 febbraio - 6 aprile 2008

Triennale Bovisa - TBVS
Via R. Lambruschini 31, Milano
Tel. 02-724341
Orari: mar-dom 11-24, lunedì chiuso

Nel 1956 Mao Zedong (Mao Tse-Tung 1893-1976) lanciò la "Campagna dei 100 fiori" invitando gli intellettuali a esprimere il proprio parere sui cambiamenti economici e sociali che si erano avuti in Cina, ma quella che, a prima vista, sembrava una proposta utile e allettante per tutti si rivelò ben presto come un vero e proprio boomerang. Molte furono infatti le opinioni negative, e questo segnò l'inizio di un periodo di sopprusi e persecuzioni. Il leader comunista non esitò infatti a usare qualsiasi mezzo per "rieducare" coloro che si erano mostrati critici verso il governo.

L'artista tedesco Anselm Kiefer, che ha sempre mostrato grande interesse per la storia e, soprattutto, per i periodi più tristi e bui dell'umanità, si è ispirato a questi eventi per la realizzazione di un ciclo su Mao, un uomo che per lungo tempo è stato considerato un eroe, un mito, ma di cui ora si conoscono anche limiti, crimini e misfatti.
I lavori che fanno parte di questa serie, iniziata nel 1998, sono circa una quarantina. A essa appartengono infatti sia quadri di grandi dimensioni che libri d'artista. La maggior parte di loro si intitola Lasst Tausend Blumen blümen (Che mille fiori fioriscano). Kiefer ha ripreso infatti lo slogan di Mao, "Che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino", e ne ha amplificato la portata per far risaltare lo scarto creatosi tra l'entusiasmo iniziale col quale il "Grande Timoniere" ha lanciato il suo progetto di riforma e gli esiti conservatori della sua politica.

L'idea di realizzare alla Triennale Bovisa una mostra così particolare, legata a un unico soggetto, è partita da Germano Celant, che aveva visto alcuni di questi lavori a Bilbao e aveva pensato di ricordare così il quarantennale del '68 e gli importanti accordi economici e commerciali che il nostro Paese sta mettendo in atto con la Cina.
La rassegna, che inizialmente doveva essere di pochi quadri, si è arricchita strada facendo. Il curatore è riuscito infatti a convincere l'artista a proporre anche opere recenti e inedite, che hanno ulteriormente arricchito il progetto.

Il modo in cui Kiefer rappresenta Mao Zedong, che per molti anni è stato considerato un simbolo rivoluzionario, un intoccabile "Padre della Patria", l'unico vero Dio di un Paese laico, appare ben diverso da quello di un altro importante autore contemporaneo, Andy Warhol, che ne dà un'interpretazione vitale e vincente, anche se lo pone sulla stessa linea delle star del cinema e dello spettacolo. Un fatto che si può spiegare tenendo conto della sensibilità e dello stile dei due artisti, ma anche ricordando la datazione delle loro opere. La considerazione che ognuno di noi dà di persone, fatti e cose, è infatti sempre strettamente collegata al momento in cui viene espressa e può cambiare col tempo sia per cause oggettive, che per motivi personali.

Kiefer, che è solito realizzare dipinti ricchi di pathos ed elementi simbolici (fiori, sentieri, alberi, campi), dove non manca mai una componente critica, ironica e malinconica, ritrae questo uomo potente, che, per tanti anni, ha presieduto una delle nazioni più vaste e popolose della terra, in diversi modi, che rispecchiano le tappe della sua vita e le modalità di rappresentazione utilizzate dalla propaganda ufficiale dell'epoca. Lo raffigura quindi su un albero come un giovane virgulto di belle speranze, che osserva con sguardo limpido e fiducioso l'avvenire, col berretto del rivoluzionario e i mattoni, tipici di chi sta costruendo qualcosa di nuovo, su un piedestallo col braccio alzato in un saluto che evoca inquietanti e pericolosi precedenti, che l'artista, nato in Germania, ben conosce e teme.
È questa l'immagine di chi è ormai saldamente al potere e si considera al di sopra di tutto e di tutti. L'immagine di quella che non può più essere considerata una democrazia, ma assomiglia drammaticamente a una dittatura.

La figura del "Grande Maestro" è attorniata da molti fiori, prima folti e rigogliosi, poi secchi e avvizziti.
La metafora è chiara e non lascia adito a dubbi. L'entusiasmo iniziale, che aveva accompagnato la sua ascesa al potere, si è ormai affievolito, come il consenso, e la repressione ha fatto il resto. Gli intellettuali e gli oppositori, che lo avevano trafitto con le loro lamentele, sono stati recisi e pendono dai suoi vestiti come medaglie del disonore.
A mano a mano che il tempo passa, l'immagine di Mao appassisce, diventa ambigua e lontana. I contorni si sfaldano, tutto si sgretola e si decompone. La fine è vicina. La memoria comincia a confondersi e, a poco a poco, si perde.

Il tempo, grande taumaturgo, come sempre copre e cancella, tanto è vero che oggi la Cina è molto diversa da quella governata da Mao e molti giovani non sanno neppure che lui è esistito e cos'è il Libretto rosso, che, negli anni '60 e '70, ha infiammato così tanto i cuori. Eppure in certi casi ricordare è fondamentale perché aiuta a non ripercorrere le stesse strade e gli stessi errori.
Kiefer lo sa e, infatti, da sempre, usa la pittura come un mezzo per scandagliare la storia, portare a galla verità nascoste, scardinare tabù consolidati, sottolineare le conseguenze insite nel culto delle personalità.
Anche se non crede al potere salvifico e politico dell'arte, propugnato da Joseph Beuys, che è stato suo maestro a Düsseldorf, ritiene infatti che essa possa aiutare le persone a riflettere e farsi un'opinione personale.

Ai quadri di grandi dimensioni, in cui Kiefer sovrappone l'immagine di Mao a quella del paesaggio cinese, che l'artista ha avuto modo di vedere e fotografare nel 1993, si affiancano imponenti libri d'artista, dove la figura di questo personaggio viene lavorata con argilla, sabbia, pigmento e tempera, che talvolta ne rendono difficile, se non impossibile, il riconoscimento.
Spesso si intravedono strade, muraglie, tornadi. Sono i simboli delle imprese più eclatanti che hanno contrassegnato la storia del popolo cinese, dalla Grande Muraglia alla Grande Marcia.

La rassegna su Kiefer, che in questa città ha già presentato un lavoro straordinario, di forte impatto emotivo, quello allestito nel 2004 all'Hangar Bicocca, rappresenta il primo tassello di un nuovo progetto di collaborazione tra Milano e Torino, che, dopo aver congiuntamente realizzato MITO Settembre Musica, hanno deciso di dare vita a MITO Contemporanea, un'iniziativa in campo artistico.
Il catalogo, che, oltre a quello del curatore, contiene interventi di Thomas McEvilley e Federico Rampini, è edito da Skira.

Per chi ama fare tardi, ricordiamo che la mostra è aperta fino alle 24 e che la Triennale Bovisa ospita l'Havana Hora, dedicata a "El Culto a la Vida". Prima di vedere Kiefer, c'è quindi tempo per un aperitivo. Volendo, si può anche cenare.

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