Mostre di arte moderna e contemporanea

Robert Frank. Lo straniero americano

14 ottobre 2008 - 18 gennaio 2009

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano
Tel. 02-804062
Orari: lun 14:30-19:30, mar-dom 9:30-19:30, gio 9:30-22:30

Dopo aver dedicato una bella retrospettiva al lavoro di Weegee, il Comune di Milano e 24 Ore Motta Cultura continuano la loro indagine sui grandi fotografi americani.
La scelta è caduta su Robert Frank, che, per la verità, è nato in Svizzera, ma il motivo c'è e non è affatto di poco conto. A lui si devono, infatti, alcune tra le più straordinarie immagini dell'America che siano mai state realizzate. Immagini dure, autentiche, che raccontano aspetti inediti di questo grande Paese e che fanno a pugni con l'idea dell'"American Dream". In esse, infatti, non si scorgono persone di successo o di belle speranze, ma individui solitari, prigionieri del proprio destino. La realtà dei più, che finora nessuno aveva avuto il coraggio di mostrare. E che anche Frank ha avuto difficoltà a far vedere.
Benché quel lavoro sulla "tribù americana" fosse supportato dalla Guggenheim Foundation, che gli aveva conferito una borsa di studio, gli editori americani si rifiutarono, infatti, di pubblicarlo e Frank dovette farlo stampare a Parigi presso Delpire.
La prefazione fu scritta da Jack Kerouak, che fu uno dei suoi compagni di avventura in questo viaggio nel cuore degli Stati Uniti, durato dal 1955 al 1956.

Les Américains arrivarono negli Stati Uniti soltanto l'anno seguente, nel 1959, e il successo fu immediato. Altri avrebbero approfittato di quel momento di notorietà, Frank invece decise di intraprendere delle nuove vie e di abbandonare la fotografia per il cinema underground, al quale diedero un contributo importante anche gli amici della "Beat Generation".
Tornò a scattare fotografie soltanto dopo il 1972 alternando quest'attività a quella di filmaker, ma quello che aveva visto e vissuto, lo aveva cambiato così profondamente che non poteva più fare le stesse cose. Ecco perché, dopo aver scardinato le regole della street-photography, portando al suo interno una ventata di autenticità e ironia, negli anni '70 decise di esprimere la propria ansia esistenziale con invenzioni concettuali, spingendosi decisamente nella direzione della fine-art photography.

Il percorso espositivo, strutturato in senso cronologico, ripercorre la carriera artistica di Frank dalle prime immagini degli anni '50, scattate a Parigi e Londra, alle sperimentazioni fotografiche degli anni '70 e '80.
Tra le prime e le seconde si avverte chiaramente un enorme salto stilistico. A poco a poco, infatti, complice la vita, quelle immagini sintetiche, silenziose e malinconiche, si trasformano in fotografie disperate, piene di urla e di graffi.
In mezzo c'è un lungo periodo (1959-1972) di allontanamento dalla fotografia e la decisione di dedicarsi alla realizzazione di filmati e video sperimentali, aperti "a quello che poteva capitare".
L'esperienza de Les Américains e l'incontro con Kerouak, Ginsberg, Lesile e i Rolling Stones, sono stati fondamentali. Hanno cambiato, infatti, il suo modo di vedere il mondo e affrontare la vita e lo hanno spinto alla realizzazione di una fotografia più autentica e schietta, dove Frank si è impegnato in prima persona mettendo a nudo gli altri e anche se stesso con onestà e ironia.
Abbandonato il mondo della moda e anche quell'atteggiamento un po' distaccato che lo aveva portato a guardar scorrere e immortalare la vita degli altri, Frank ha sentito il bisogno di raccontarsi, ma si è reso conto che le immagini da sole non erano sufficienti. Allora ha cominciato a mischiarle, confonderle, graffiarle, scriverci sopra.
Così facendo, ha realizzato delle fotografie, crude, instabili, contradditorie, che parlano al cuore e all'anima e si prestano a infinite interpretazioni, che sono tante quanto gli occhi di chi le guarda. È davvero difficile, infatti, restare insensibili di fronte a queste immagini, che invitano a fare domande e cercare risposte.
Come dice Frank, infatti, le fotografie "Non sono vedute anonime... Parlano di fotografia, dell'artista, delle sue immagini, di noi...".

La rassegna, curata da Enrica Viganò, Martin Gasser, Thomas Seelig e Urs Stahel, ha potuto contare sull'appoggio di due importanti istituzioni svizzere, il Fotomuseum Winterthur e il Fotostiftung Schweiz di Zurigo, da cui arrivano buona parte delle opere.
Il percorso espositivo è reso ancora più ricco e interessante grazie alla presenza di alcuni libri fotografici di Frank e alla possibilità di vedere alcuni filmati sperimentali (Pull My Daisy, 1959; About Me: A Musical, 1971), che l'artista ha girato a partire dalla fine degli anni '50.

Chi volesse avere una panoramica ancora più completa del lavoro di Robert Frank, può recarsi al Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo (MI), dove è in corso, fino al 28 dicembre 2008, una bella mostra che racconta la sua "Paris". Tra il 1949 e il 1952, Frank si è trasferito, infatti, nella capitale francese e l'ha attraversata in lungo e in largo come un flâneur ritraendo persone e cose in momenti casuali, difficili e quotidiani.
Le opere esposte, selezionate dall'artista in collaborazione con Ute Eskilden, che è la curatrice della rassegna, presentano temi e inquadrature molto particolari, che "fanno sentire fortemente la presenza del fotografo e al tempo stesso pongono l'osservatore al centro dell'immagine". Ciò che è visibile, infatti, secondo Frank deve diventare anche percepibile e quando si guarda una foto si deve provare la stessa sensazione che si ha quando si legge la riga di una poesia per la seconda volta.

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