Mostre di arte moderna e contemporanea

Mark Rothko

4 ottobre 2007 - 7 gennaio 2008

Palazzo delle Esposizioni
Via Nazionale 194, Roma
Tel. 06-4828757
Orari: 10-21, martedì chiuso

Più volte rimandata per problemi connessi alla ristrutturazione del Palazzo delle Esposizioni, si apre ora finalmente l'attesissima mostra su Mark Rothko, uno dei più noti e quotati artisti internazionali, che il 15 maggio scorso ha strappato in asta, da Sotheby's, uno dei prezzi più alti mai raggiunti da un autore contemporaneo: 72.840.000 dollari (circa 53,5 milioni di euro). Merito della bellezza dell'opera, ma anche della sua provenienza. Il dipinto di cui parliamo, intitolato White Center (Yellow, Pink and Lavender on Rose), apparteneva infatti a David Rockefeller, che lo aveva acquistato, nel 1950, dal gallerista newyorchese Sidney Janis.

La rassegna romana, curata da Oliver Wick, che da più di tre anni sta lavorando a questa impresa, rappresenta un vero e proprio evento per l'Italia sia perché l'alto valore delle opere di questo artista, non consentirà tanto presto di rivederle, sia perché da molto tempo il nostro Paese non ospita i lavori di Rothko. Le precedenti mostre risalgono infatti al 1962, quando l'artista, ancora in vita, espose alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, e al 1970, quando la Biennale di Venezia decise di ricordare la sua recente scomparsa con una sala personale. La stessa, che, appositamente ricostruita, costituisce uno dei pezzi forti di questa retrospettiva.

La mostra, che offre al pubblico l'opportunità di vedere una settantina di opere di Rothko, provenienti da prestigiose istituzioni culturali, ripercorre tutta la carriera di questo grande pittore di origine russa, cercando di far risaltare, accanto alla produzione artistica, anche la sua figura di uomo, la sua intensa spiritualità, i tormenti e i dubbi, che lo hanno condotto al suicidio.

Conosciuto come uno dei più noti rappresentanti dell'espressionismo astratto americano, e, più nel dettaglio, di quella corrente contemplativa che pone maggior attenzione alla riflessione che all'irruenza del gesto, Rothko, in realtà, ha diverse sfaccettature e così la sua pittura. Prima di trovare la formula più vicina alla sua sensibilità, mistica e meditativa, ha provato, infatti, diverse strade.
Se i primi dipinti degli anni giovanili rivelano l'influenza dell'arte italiana del '400, negli anni '30, quando entra a far parte del gruppo "The Ten", realizza, infatti, opere di matrice espressionista, e, nel decennio successivo, al tempo delle mostre nella galleria newyorchese di Peggy Guggenheim, presenta lavori di ispirazione surrealista. Le forme che dipinge in questi anni si avvicinano all'astrazione, ma presentano ancora caratteristiche antropomorfe. Bisogna aspettare il 1947 perché Rothko passi al di là del guado e opti definitivamente per l'astrazione.
L'evoluzione comunque non è completa. All'inizio dipinge macchie, poi bande di colore sovrapposte e, finalmente, i rettangoli dai bordi indefiniti che lo hanno reso famoso in tutto il mondo.

Da allora in avanti non farà nient'altro se non cambiare colori e tonalità alla ricerca della combinazione capace di distruggere le illusioni e svelare la verità, catturare lo spettatore e trasportarlo in una dimensione spirituale.
Il suo dramma, quello che lo ha perduto, è stata la sensazione di non esserci riuscito, di non aver saputo afferrare l'essenziale, di aver mancato l'incontro con l'assoluto.
Ad ogni modo, anche se non è riuscito a compiere quella "rivelazione", quel miracolo, che credeva possibile per l'arte e gli artisti, di fronte alle sue opere, è difficile restare indifferenti. E qui sta il loro valore, la loro bellezza, la loro forza.
L'imperfezione dei rettangoli, la fragilità dei bordi, il modo in cui i colori si fondono gli uni negli altri o mutano al variare della luce, anche se non forniscono certezze e non avvicinano a Dio, parlano dell'insicurezza dell'uomo, della sua debolezza, della sua caducità. Il mistero resta, ma forse, il bello della vita è anche questo. Sapere tutto, infatti, toglie valore all'attesa e priva del piacere della sorpresa.
Rothko, però, come tutte le persone sensibili, introverse, tormentate, aveva bisogno di trovare una risposta al suo "romantico" e disperato desiderio di infinito, di superare quel silenzio e quella solitudine che rendono così drammatica l'esistenza dell'uomo. Non esserci riuscito, e averci provato così tanto, gli è stato fatale.

La mostra, che non si fa sfuggire quasi nulla, offre uno spaccato di tutta la produzione artistica di Rothko, dalle prime prove figurative, che ricordano i lavori del Beato Angelico e la pittura del '400 italiano, alle opere surrealiste, dai Multiforms del 1947-48, in cui l'artista opera una progressiva riduzione delle figure allo scopo di "eliminare tutti gli ostacoli che si frappongono tra la pittura e l'idea, tra l'idea e lo spettatore", agli ultimi drammatici lavori, i Black forms e i Black on grey, dove la tavolozza di Rothko si incupisce costringendo chi guarda a grandi sforzi percettivi.

L'esposizione è arricchita da un grande murale, concesso in prestito dal Guggenheim Museum di Bilbao, che rende conto di un'altra attività dell'artista. Nel corso della sua carriera, Rothko ha realizzato, infatti, anche opere parietali e cicli pittorici.
Il più famoso di tutti è quello creato per la Cappella di Houston, commissionata da Dominique e John de Menil.
Rothko ci lavorò dal 1964 al 1967, realizzando 14 grandi tele, tutte sulle tonalità del nero, che rappresentano probabilmente, il suo ultimo tentativo di trovare la tanto sospirata illuminazione. Fu inaugurata nel 1971, l'anno dopo la sua morte.

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