Mostre di arte moderna e contemporanea

Renzo Piano. Building Workshop. Le città visibili

22 maggio - 16 settembre 2007

Triennale
Viale Alemagna 6, Milano
Tel. 02-724341
Orari: 10:30-20:30, lunedì chiuso

La IV edizione della "Festa per l'Architettura" non poteva aprirsi in nessun altro modo se non con una mostra dedicata a Renzo Piano, uno degli architetti italiani più noti a livello internazionale, che, per Milano, nutre un affetto molto particolare. È qui, infatti, che ha studiato e mosso i primi passi di quella professione che, nel tempo, gli avrebbe dato grandi soddisfazioni.
Anche il legame con la Triennale è piuttosto forte. Per questo splendido edificio di Muzio, dove la luce e l'aria, due elementi fondamentali nell'opera di Piano, riescono a dare il meglio di sé, l'architetto genovese ha curato infatti gli allestimenti della mostra di Albini e ha progettato, assieme a Michele De Lucchi, il ponte di accesso del futuro Museo del Design. Già in passato comunque, e precisamente nel 1968, aveva avuto a che fare con questa istituzione. Era stato invitato infatti a partecipare alla XIV Triennale, una delle più belle mai realizzate, che purtroppo nessuno ha avuto modo di vedere. La contestazione infatti, aveva reso inaccessibili gli spazi.
Per l'occasione, Piano aveva realizzato un progetto molto interessante e innovativo, che avrebbe potutto garantirgli grande visibilità. Il destino lo ha privato di questa opportunità, ma lui non se ne è mai dispiaciuto. Quegli anni di ribellione, infatti, sono stati per lui un forte momento di crescita e di coinvolgimento nelle problematiche sociali. Gli hanno insegnato, infatti, quanto sia importante ascoltare la gente, capire le sue esigenze e cercare di risolverle. E lui non l'ha mai dimenticato. La sua architettura, infatti, cerca sempre il dialogo con la città e coi suoi abitanti, ed è per questo che, nei suoi progetti, non mancano mai spazi verdi e aree di aggregazione. Spazi vuoti, aperti all'improvvisazione, all'incontro, alla scoperta. Luoghi dell'attesa, che sarà la vita a riempire coi suoi suoni, con i suoi odori, con le sue voci, con le sue sorprese.

La rassegna, curata da Fulvio Irace, ripercorre i primi 40 anni di attività di Renzo Piano presentando schizzi, progetti, plastici, maquette, materiali da costruzione, fotografie e libri illustrati.

Il primo impatto è con un grande tavolo, "disseminato di pensieri d'architettura", dove si possono osservare molti suoi lavori e si possono seguire le diverse fasi del processo creativo. È il tavolo del suo studio, da cui provengono anche le sedie sparse qua e là lungo il percorso. Sono quelle che utilizzano i suoi collaboratori quando discutono il da farsi, e che, ora, i visitatori possono usare per approfondire la conoscenza di questo architetto straordinario, con la testa per aria e piena di fantasie come chi vive in riva al mare e sogna di visitare posti lontani, ma coi piedi ben saldati a terra, come suo padre, che era un costruttore. Anche lui, infatti, come i costruttori, gli artigiani e molti architetti e designer che ha frequentato, da Albini a Zanuso a Prouvé, procede pezzo a pezzo verificando continuamente la fattibilità di quello che gli sembra bello, interessante e opportuno. Le città infatti, oltre che visibili, devono essere vivibili.

Superata la prima sala, il percorso procede seguendo alcuni nuclei fondamentali, che tengono conto dei suoi campi di attività e interesse. Ecco allora: la "Città delle arti", la "Città della musica", la "Città delle acque", le "Città d'affezione", che per lui sono essenzialmente 4: Parigi, New York, Genova e Milano.
Oltre che sui tavoli, dove si possono seguire le diverse fasi di lavorazione di ogni progetto, dallo schizzo iniziale alla foto finale, vale la pena di guardare in alto. Dal soffitto pendono infatti elementi architettonici, giunti e materiali da costruzione, che permettono di capire quanta cura Piano metta anche nei dettagli, nei singoli pezzi.
Grande importanza hanno anche i modelli, presenti in gran numero. Vengono realizzati con grande attenzione perché sono strumenti utili al ragionamento e allo studio e consentono di sviluppare una strategia di progetto. L'architettura infatti è una disciplina spirituale, ma anche molto materiale. Solo chi ha delle basi solide e conosce bene la tecnica è capace di sovvertire l'ordine e creare qualcosa di unico e innovativo.

Guardando le opere che lui e il suo staff hanno realizzato in questi quarant'anni, si notano alcune costanti: la luce, la leggerezza, il verde, l'apertura nei confronti della città e, soprattutto, l'acqua. Un elemento dotato di una bellezza immediata, istintiva, che, secondo Piano, ha il pregio di rendere tutto vibrante, raddoppiare le immagini, tenere insieme le cose e spingere a guardare al di là. Se non c'è, fa in modo che ci sia. La trasporta, la cerca, la bonifica.
Molti sono anche gli spazi dedicati all'arte e alla cultura. A Piano piace creare questi edifici perché i committenti sono quasi sempre persone interessanti, con motivazioni forti, intenzionate a svegliare la società e incuriosire le persone. E poi gli spazi culturali sono luoghi di scambio, contatto, comunicazione. Ben rappresentano quella dimensione sociale da cui l'architettura non può mai prescindere. Un edificio infatti non è una scultura posta a terra, ma deve rispondere alle esigenze della città e dei suoi abitanti.

Il primo esperimento museale di Piano è stato quello del Centre Pompidou, che ha portato lui e Rogers, ancora molto giovani, al successo, poi sono venuti gli altri: la Menil Collection di Houston, la Fondation Beyeler di Riehen, il Centro Culturale Jean-Marie Tjibaou in Nuova Caledonia, la Pinacoteca Agnelli di Torino, il Nasher Sculpture Center di Dallas, il Zentrum Paul Klee di Berna, il Museum of Contemporary Art di Sarajevo. Molti anche i progetti di ristrutturazione e ampliamento, tra cui quelli del Pompidou, dell'High Museum of Art di Atlanta, premiato lo scorso anno con la Medaglia d'Oro per l'Architettura italiana, e della Morgan Library di New York, ormai terminati, e quelli del Los Angeles County Museum of Art, dell'Art Insitute of Chicago, dell'Isabella Stewart Gardner Museum di Boston e del Whitney Museum di New York, in dirittura di arrivo.
Tra gli edifici più attesi c'è comunque la sede del "New York Times", un grattacielo molto particolare, pensato per catturare la luce di New York e essere attraversato dai suoi abitanti.

Come si può facilmente notare, Piano ha lavorato più all'estero che in Italia. I progetti più interessanti li ha realizzati in Francia, Germania, ma soprattutto negli Stati Uniti, dove è apprezzatissimo per la valenza urbana delle sue architetture.
A chi gli chiede il perché del suo grande successo americano risponde rifacendosi alla tradizione umanistica italiana e al suo modello di città. Quello che speriamo non vada perduto durante i lavori di riqualificazione dell'area ex Falk di Sesto San Giovanni, una zona industriale e periferica che Piano ha deciso di trasformare in una "città leggera" e tollerante, immersa nel verde ed ecologica, dove il vecchio e il nuovo dialogano tra loro senza scontri. Del resto, il futuro dell'architettura e delle città si gioca proprio lì, nelle periferie, nella loro trasformazione da spazi fragili in luoghi meravigliosi, pensati per rispondere alle esigenze dell'uomo.

Questo ci riporta al titolo della mostra, che trae ispirazione da Le città invisibili di Italo Calvino dove è scritto che "In tutte le città, anche in quelle più infelici, esiste sempre un angolo felice e a quel luogo bisogna aggrapparsi". Il riferimento è chiaro e azzeccatissimo. Piano, coi suoi progetti e le sue architetture meravigliose, è riuscito, infatti, a regalarci molti di questi spazi e a donare visibilità a luoghi che si preferiva dimenticare.
La musica che accompagna il visitatore lungo il percorso espositivo è quella di Luciano Berio, che, al pari di Calvino, è stato uno dei migliori amici di Piano.

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