Mostre di arte moderna e contemporanea

Mario Sironi - Constant Permeke. I luoghi e l'anima

28 ottobre 2005 - 29 gennaio 2006

Palazzo Reale
Piazzetta Reale 12, Milano
Tel. 02-88450293
Orari: mar-dom 9:30-19:30, gio e sab 9:30-22:30, lunedì chiuso

Non sappiamo con certezza se Mario Sironi (1885-1961) e Constant Permeke (1886-1952) ebbero modo di conoscersi e di vedere le opere l'uno dell'altro. Certo è che sono pressoché coetanei e che Permeke è venuto in Italia ed ha esposto qui più volte a partire dal 1922 e che, nel 1923, ebbe modo di vedere le opere degli artisti italiani a Bruxelles. Ciò che più colpisce è comunque la sintonia di alcuni loro lavori. Le forme possenti e sgraziate di certi personaggi, la loro rassegnazione, ma anche la loro dignità. Sentimenti che trovano riscontro anche nei paesaggi deserti e desolati di questi due grandi artisti che hanno dato voce a un periodo non facile della nostra storia, quello della prima metà del '900.
Un altro tratto che li accomuna e che forse ha contribuito ad acuire la loro sensibilità è la loro solitudine, il loro restare ai margini di gruppi e correnti, che pure hanno frequentato o contribuito a creare, per seguire la propria strada. La tradizione artistica e le correnti contemporanee sono state per loro un punto di riferimento imprescindibile, ma non dogmatico, un patrimonio vivo su cui intervenire apportando nuovi elementi e intuizioni.
Il merito di aver notato per primo l'affinità tra questi due artisti, che vivono la pittura come un esercizio lento, costruito con sapienza manuale e attenzione per le linee e il colore, come riflesso della difficile condizione dell'uomo, spesso segnata dal dolore, da sofferenza e inquietudine, è di Francesco Arcangeli, che nel 1956, ha curato una mostra su questi autori per la galleria romana di Sargentini.

L'andamento della rassegna allestita a Palazzo Reale, curata da Vincenzo Trione insieme a Claudia Gian Ferrari e Willy Van den Bussche, due tra i maggiori conoscitori dell'opera di Sironi e Permeke, non è storicista, ma procede come un "piano sequenza", dal piccolo al grande, dalle figure dell'interiorità ai paesaggi, che comunque, per questi due artisti, sono sempre rappresentazioni dell'anima.
Le sezioni sono 4 e rispecchiano abbastanza fedelmente i generi tradizionali della storia dell'arte: autoritratto, ritratto, paesaggio.

In "Lo specchio dell'io", che ci introduce nel vivo dell'esposizione, Sironi si presenta da solo e mostra un volto tormentato. L'artista sembra riflettere sul "male di vivere" e lo fa con una pittura densa dai colori cupi. Permeke, rifacendosi alla tradizione fiamminga, si racconta nella sua casa, all'interno del contesto familiare. Entrambi alludono alla loro professione. L'artista italiano si mostra nei panni del pittore, quello belga allude a un articolo di giornale che lo riguarda. Nulla sembra indicare una vicinanza tra i due personaggi, ma c'è un motivo. 14 anni dividono questi due dipinti. Sironi si ritrae nel 1908 ed è agli inizi della sua avventura artistica, ha dubbi e timori sul suo futuro, Permeke di anni ne ha 36 e l'allusione al giornale dimostra che è già un artista conosciuto, di cui si parla.

La seconda sezione è intitolata "Il genio è nell'anima", ma quelli che noi vediamo sono corpi, corpi massicci e sgraziati, monumenti al dolore e alla fatica quotidiana. Quello che i personaggi di Sironi e Permeke hanno dentro possiamo soltanto intuirlo e ci sembra qualcosa di grande e titanico: l'eroismo di chi sa sopportare in silenzio le avversità di ogni giorno, quelle naturali e quelle procurate dall'uomo.
Le opere, realizzate in gran parte negli anni '20 e '30, manifestano similitudini e differenze, consonanze di intenti e distanze stilistiche. La pittura di Sironi è più netta, decisa, di sapore arcaico e metafisico, quella di Permeke, più sfatta, vicina a scelte espressioniste. Il tempo contribuirà ad avvicinare le loro ricerche.

Similitudini e differenze si ritrovano anche nelle ultime sezioni della mostra, "Architetture analoghe" e "Paesaggi paralleli". Troviamo qui i luoghi privilegiati dalla pittura di questi artisti, le periferie sironiane, cupe e deserte, i villaggi dei pescatori del Mare del Nord, che Permeke frequentò a lungo vivendo a stretto contatto con la gente del posto. Sono spazi fisici e luoghi interiori. Spazi reali ma anche di immaginazione. Veri e propri "luoghi dell'anima", al tempo stesso solenni e poetici, capaci di commuoverci e suscitare emozioni.

La mostra è intervallata dai lavori fotografici di Francesco Iodice, che ha scattato le sue immagini a Milano e a Ostenda, i luoghi dove hanno operato Sironi e Permeke, cercando di capire come il tempo abbia cambiato cose e persone. L'idea di per sé interessante, non ha dato i risultati sperati. Forse il mondo d'oggi è troppo diverso da quello di un tempo, forse il modo in cui Iodice usa la fotografia non è adatto a trasmettere emozioni simili a quelle esposte da Sironi e Permeke, che fanno un uso molto marcato della materia pittorica e hanno un approccio artistico molto diretto e poco analitico, forse la sensibilità del giovane artista napoletano è troppo diversa da quella dei due maestri del '900. Il contrasto è troppo forte perché possa ravvisarsi una vicinanza, una comunanza di intenti, un raffronto. Le fotografie, e soprattutto i multipli, non sono male, ma stridono vicino alle pitture, non aggiungono niente, sembrano far parte di un altro mondo, di una storia diversa, che avremmo trovato più interessante in un altro contesto.

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