Mostre di arte moderna e contemporanea

Mario Merz

12 gennaio - 27 marzo 2005

GAM - Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea
Via Magenta 31, Torino
Tel. 011-4429518
Orari: 9-19, gio 9-23, lunedì chiuso

12 gennaio - 30 aprile 2005

Castello di Rivoli
Piazza Mafalda di Savoia, Rivoli (To)
Tel. 011-9565280
Orari: mar-gio 10-17, ven-sab-dom 10-21, lunedì chiuso

Aspettando l'inaugurazione dei nuovi spazi della Fondazione Merz, che accoglieranno il Fondo delle opere di Mario Merz, la GAM di Torino e il Castello di Rivoli dedicano un'ampia retrospettiva a questo artista straordinario, scomparso nel 2003.

Mario Merz, nato a Milano nel 1925, ma torinese d'adozione, è indubbiamente uno degli artisti italiani di maggior respiro internazionale. Le sue opere più famose sono quelle del periodo dell'Arte Povera, ma il suo esordio è molto più precoce e risale al 1953.

All'epoca, l'artista faceva ancora pittura e il suo segno era di tipo espressionista. Anche se amava molto la letteratura, aveva scelto di esprimere le sue idee con la pittura perché la trovava più immediata e veloce nel trasmettere il suo messaggio.
Erano gli anni del Neorealismo, dell'Informale, del Situazionismo, e Merz, inserito nell'ambiente intellettuale e artistico torinese, conosceva sicuramente le tendenze dell'arte italiana. Nonostante questo, aveva scelto i suoi modelli oltre Oceano.
Il motivo è presto detto. Il "disegno era per lui un fatto totale, dettato dalla necessità di essere". Il suo punto di partenza era la natura, di cui non cercava la rappresentazione, ma il valore simbolico. Per questo, non esitava a disgregarne le forme. Per questo, amava Pollock e le sue opere piene di simboli, legate ai miti e agli archetipi collettivi. Di lui, apprezzava anche la matericità, la forza. La stessa che usava nei suoi lavori.

Nella seconda metà degli anni '60, la densità degli impasti cromatici e lo spessore del colore, inducono Merz ad abbandonare la pittura. I quadri si protendono nello spazio, abbandonano il supporto tradizionale e, a poco a poco, si trasformano in installazioni.
Nella strada (1967) e in altre opere dello stesso periodo, come Ombrello o Impermeabile, fa la sua comparsa la luce al neon, simbolo di vitalità, che attraversa gli oggetti come un flusso instaurando un rapporto energetico tra elementi organici e inorganici.
L'incontro con Germano Celant lo avvicina agli artisti dell'Arte Povera, per i quali diventa un punto di riferimento. Siamo ormai nel 1968 e le proteste degli studenti fanno sperare in un rinnovamento politico e sociale. Merz si fa trascinare dall'entusiasmo e, nelle sue opere, compaiono, marcati col neon, gli slogan di protesta del movimento studentesco.
In questi anni, Merz mostra un crescente interesse per i processi di trasformazione della natura e l'evoluzione del cosmo. È profondamente attratto da una nuova forma, reale e simbolica al tempo stesso, quella dell'Igloo, che lo vedrà impegnato in numerose varianti, legate soprattutto ai materiali (metallo, creta, legni, cera, pietre, vetri, neon).
Di questa struttura archetipica, Merz dà diverse chiavi di lettura. È casa, rifugio, ambiente, e, soprattutto, metafora del cosmo. Soggiace, infatti, alla regola di Fibonacci, la formula matematica che, al pari della spirale, spiega i processi di crescita del mondo organico.

Con l'igloo si apre un nuovo ciclo di attività dell'artista, legato a una nuova consapevolezza dello spazio e dei principi che reggono l'universo.
Questa struttura segna anche il passaggio dalla GAM, che ospita le opere di Merz fino al 1968, al Castello di Rivoli. Qui si trova, infatti, la produzione successiva dell'artista, marcatamente segnata dagli igloo e dalla formula di Fibonacci, nella quale ogni numero è dato dalla somma dei due precedenti.

A partire dal 1976, Merz introduce nei suoi lavori la figura simbolica della spirale che, come abbiamo già visto, rappresenta la crescita naturale, il movimento cosmico. A questo elemento associa successivamente la tematica del tavolo, luogo dello spazio sociale, dell'incontro tra persone e cose. Primo tassello di una possibile "Casa Fibonacci". Aggiungendo ad esso fascine, giornali, frutti ecc, va ancora oltre e delinea quello che ama definire un vero e proprio "paesaggio moderno".

Alla fine degli anni '70, Merz torna a dedicarsi alla pittura e dirige il suo interesse verso il mondo animale. Dal suo pennello prende vita un incredibile bestiario di figure mitiche, ancestrali, grandiose, spesso attraversate da un dardo al neon. Un fatto che non deve stupire perché nelle sue opere ricompaiono spesso elementi della ricerca precedente. Tutto serve a spiegare la natura, le sue leggi e i suoi misteri.

La mostra è curata in collaborazione con la Fondazione Merz, che dovrebbe inaugurare i suoi spazi il prossimo aprile, nell'ex-Centrale termica Lancia di via Limone 24 a Torino. Un complesso architettonico monumentale, di proprietà comunale, dove troveranno posto aree espositive, ma anche spazi per la ricerca, la gestione di archivi d'artista, eventi e incontri.

La Fondazione è presieduta da Beatrice Merz, figlia dell'artista, e ha un comitato scientifico di prim'ordine, di cui fanno parte Vicente Todolì, direttore della Tate Modern di Londra, Dieter Schwarz, direttore del Kunstmuseum di Winterthur, Richard Flood, direttore del Walker Art Center di Minneapolis.

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