Mostre di arte moderna e contemporanea

Edouard Manet

7 ottobre 2005 - 5 febbraio 2006

Complesso del Vittoriano
Via San Pietro in Carcere - Fori Imperiali, Roma
Tel. 06-6780664
Orari: lun-gio 9:30-19:30, ven-sab 9:30-23:30, dom 9:30-20:30

Il Complesso del Vittoriano riapre la stagione espositiva con una mostra d'eccezione, dedicata a Edouard Manet, uno dei principali artisti francesi dell'800. Un grande pittore, ma anche una persona dotata di un eccezionale carisma.

Apprezzato da Mallarmé, Baudelaire e Zola, che lo ritenevano il primo vero pittore della modernità, Manet fu molto amato anche da alcuni giovani artisti di talento, i futuri impressionisti (Pissarro, Monet, Renoir, Degas), che si riunivano attorno a lui nei locali del Café Guerbois e della Nouvelle Athènes. Non altrettanto si può dire della critica più conservatrice o della borghesia, che trovavano le sue opere sconvenienti, o addirittura scandalose. Quello che i suoi detrattori non gli perdonavano era di aver portato alla luce la quotidianità e averne fatto oggetto dell'arte.

Il caso Manet si impose all'attenzione generale nel 1863 e nel 1865, quando presentò al Salon des Refusés Le déjeuner sur l'herbe e l'Olympia. Due dipinti che fecero molto discutere.
All'epoca le scene di nudo non erano certo una novità in ambito artistico, ma finora erano state velate dal mito e dalla leggenda.
In queste due opere il legame con la tradizione e la pittura del passato è ancora evidente. I modelli sono un'incisione cinquecentesca di Marcantonio Raimondi (che riprende Raffaello) per il primo dipinto, la Maja desnuda di Goya e la Venere di Urbino di Tiziano per il secondo. Manet tuttavia rifiuta ogni alibi e pone sullo stesso piano tradizione e mondo contemporaneo.
I suoi personaggi non vengono nobilitati dal sacrificio o dalla paura. Non chiedono pietà. Sono assolutamente naturali e a loro agio. Mostrano orgoglio, sfrontatezza, consapevolezza del loro potere.
Anche il modo di dipingere presenta delle novità. La tecnica di Manet è fluida, spontanea, non rifinita. I colori sono puri, stesi con scioltezza. Da lì partiranno gli impressionisti per la loro rivoluzione cromatica, che avrà però altri sviluppi.
Per un certo periodo, tra gli anni '70 e '80, Manet si accosterà a loro e dipingerà all'aria aperta con Monet e Renoir, ma non diventerà, mai un impressionista e non parteciperà alle esposizioni del gruppo. Cercherà invece, per tutta la vita, di affermarsi nel mondo artistico ufficiale, quello dei Salon.

Qualunque cosa si pensi, Manet non è certo un rivoluzionario militante, contro tutto e contro tutti. È soltanto un artista fuori dal comune, uno che va per la sua strada senza curarsi di quelle che sono le consuete regole accademiche o i giudizi della gente.
Ciò che conta davvero è la pittura e, in questo campo, Manet vuole fare solo quello che si sente, ossia manifestare la sua visione della natura e del mondo coi mezzi che ritiene ogni volta più congeniali. Non importa allora che figure e sfondo si trovino sullo stesso piano, che la luce sia un po' fredda, che non vi sia il chiaroscuro e manchino le ombre e i toni intermedi. Ciò che lo interessa è l'effetto finale, la visione di insieme. E anche in questo crea qualcosa di nuovo, complici le stampe giapponesi e la fotografia, allora di gran moda tra gli artisti.

La rassegna allestita al Vittoriano presenta un cospicuo numero di dipinti e grafiche e prende in considerazione l'evoluzione di Manet dall'inizio della sua attività, quando guardava ai grandi maestri spagnoli, Vélazquez e Goya su tutti, al periodo della conversione alla pittura "en plein air", dalle scene di interni ai ritratti. Ampio spazio viene dato alle immagini della Parigi mondana, di cui Manet ci ha lasciato un indimenticabile ricordo. Ecco allora le corse dei cavalli a Longchamps, i boulevards, i caffè, i ristoranti, i luoghi di piacere, i personaggi del bel mondo o del demi-monde, che l'elegante Manet ha frequentato e immortalato in dipinti straordinari. Da vedere assolutamente.

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