Mostre di arte moderna e contemporanea

Christian Boltanski. Ultime notizie

18 marzo - 12 giugno 2005

PAC - Padiglione d'arte Contemporanea
Via Palestro 14, Milano
Tel. 02-76009085
Orari: 9:30-19, gio 9:30-17:30, dom 9:30-19:30, lunedì chiuso

Dopo la breve parentesi dedicata all'Italia, il PAC di Milano torna a guardare fuori dai confini nazionali e offre al pubblico una mostra su Christian Boltanski, una delle figure più interessanti del panorama artistico contemporaneo. Un artista concettuale, che ha fatto della memoria, del tempo e della fragilità umana, i temi principali della sua poetica.

Nato a Parigi nel 1944, Boltanski inizia a dipingere molto presto, ma nel 1968 decide di cambiare rotta, di usare nei suoi lavori materiali diversi da quelli tradizionali. Raccoglie e utilizza giornali, fotografie, candele, scatole di latta, lampadine. Questi oggetti, carichi di storia, gli servono per indagare e sottolineare la transitorietà dell'esistenza umana.
Un altro mezzo che trova congeniale alla sua ricerca è il cinema. Un'arte che ritiene capace di fissare il tempo, ripeterlo senza fine e, illusoriamente, abolire la morte.
Realizza il primo filmato, L'Homme qui tousse, nel 1969. Due anni più tardi firma un lungometraggio ispirato a un fatto di cronaca. È il primo di una lunga serie di lavori in cui Boltanski costruisce dossier sulla sua vita. Alcuni veri, altri decisamente falsi, come quello sulla sua morte.
A partire dalla metà degli anni '80, l'artista, che è ebreo per parte di padre, comincia a interessarsi al tema della memoria, sia personale che collettiva, focalizzando la sua attenzione sulle drammatiche vicende dell'ultima guerra mondiale.
A dargli lo spunto è un viaggio a Berlino, durante il quale scova in un mercatino degli album fotografici di famiglie tedesche che hanno vissuto in quel periodo. Usa queste foto in molte sue opere per dimostrare come in ogni uomo, anche il più pacato, possa nascondersi il germe del male.

Le opere presenti al PAC, tutte di recente produzione, sono state scelte in modo da far comprendere al pubblico la concezione del tempo elaborata da Boltanski nel corso della sua carriera. Un'idea di tempo come "memento mori", accento sulla fragilità dell'uomo, sulla precarietà dell'esistenza, sul suo scorrere lento verso una fine inesorabile. Ma anche tempo come ricordo, memoria di ciò che è stato.
Le foto e gli oggetti che Boltanski usa nelle sue installazioni, infatti, non sono usati per se stessi, o per ciò che rappresentano, ma per la loro capacità evocativa. Rappresentano un collante tra passato e presente.

La mostra è davvero emozionante. Basta spostare una tenda per trovarsi in un'altra dimensione...

Il primo impatto è con una biblioteca, ma una biblioteca un po' speciale. Sugli scaffali trovano posto, infatti, gli elenchi telefonici di mezzo mondo, disposti con grande precisione dalla A di Africa del Sud alla Z di Zimbawe (Les abonnées du téléphone, 2000). Tutti quei nomi, presi singolarmente, indicano una presenza, una vita. Insieme rappresentano soltanto un catalogo degli abitanti della terra in un dato momento. Di loro sappiamo come si chiamano, dove vivono, ma non possiamo certo dire di conoscerli.

La tranquillità di questo spazio è turbata dall'inquietante scorrere del tempo, scandito, secondo per secondo, da una voce misteriosa. Ai due lati della sala due scritte. Da una parte "silenzio", dall'altra "morte" (Tot). In mezzo lo spazio del ricordo. Ricordo di come eravamo e di come siamo diventati (Zeyt, 2001; Entre temps, 2003), ricordo di chi non c'è più (Mes morts, 2002), ricordo di un'epoca, che è la nostra, ma magari non ci appartiene dal punto di vista umano e sentimentale (6 septembres, 2005).

6 septembres è un breve filmato, che ci racconta una "tranche de vie" in cinque minuti. Boltanski lo ha realizzato in collaborazione con l'Institut National de l'Audiovisuel, che gli ha fornito le notizie trasmesse al telegiornale dal 6 settembre 1944, giorno della sua nascita, a oggi. Il risultato è un formidabile sommario degli avvenimenti degli ultimi sessant'anni, notizie che hanno accompagnato la vita dell'artista e di tutte le persone della sua generazione. Fatti che sono accaduti indipendentemente da chi li ha vissuti o conosciuti.
Ora sono di nuovo disponibili, tutti insieme, in sequenza. Per vederli ci vorrebbe un sacco di tempo, quello che chi visita una mostra non ha. Per questo, Boltanski ha concentrato il tutto in 5 minuti e le immagini scorrono duemila volte più rapide del normale.
Tutto è lì, disponibile, "a vista", ma è difficile captare qualcosa all'interno di questo inarrestabile bombardamento mediatico. Da questo magma indefinito, ogni tanto affiora qualcosa, ma l'illusione di poter fermare il tempo dura pochissimo, e anche quello che abbiamo intravisto viene presto inghiottito dal flusso delle immagini.
Il filmato ha diverse chiavi di lettura e rappresenta al tempo stesso la memoria di una vita e la sua antimemoria.
I fatti sono eventi di cronaca, estranei alla vita dell'autore. Se hanno segnato la sua esistenza, lo hanno fatto soltanto marginalmente. Tutto il contrario di quello che, secondo alcuni, capita a chi è in procinto di morire e vede scorrere davanti a sé, come su uno schermo, i fatti salienti della propria vita. Il contrario anche di quello che fa Bruly Bouabré, un artista della Costa d'Avorio che Boltanski cita sovente e che registra tutto ciò che vede nei suoi disegni su carta.
Nel film di Boltanski tutto è reale, importante, ma al tempo stesso tutto è marginale. Fa parte della storia, della memoria collettiva, ma non appartiene necessariamente a quella personale, che è diversa per ognuno di noi.

Un altro tema, caro all'artista, è quello della scomparsa, della morte. In Mes morts del 2002, l'artista ricorda le persone care scomparse. La freddezza dell'opera, che si riduce alla data di nascita e morte dei suoi familiari, stringe il cuore. Difficile credere che poche cifre possano contenere una vita intera, affetti, relazioni, sogni. In Images noire del 2005, sembra di essere al cimitero. Lo spettatore si rispecchia in immagini inesistenti, che sembrano loculi. Non c'è nessuno scambio di sguardi, nessuna risposta. Solo vuoto e assenza.

Al piano di sopra c'è ancora spazio per la vita (Coeur, 2005). Il cuore batte. Ce lo dice il suono di sottofondo, e anche la luce che si accende e si spegne. Quando non ci sarà più "elettricità", flusso vitale, allora ci sarà solo silenzio, buio. Sarà il tempo del ricordo.

L'esposizione è curata da Jean-Hubert Martin, consulente artistico del PAC.

Alla mostra sono abbinate attività didattiche, conferenze e concerti per avvicinare il pubblico all'arte contemporanea.

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