Mostre di arte moderna e contemporanea

Gli "Affichistes" tra Milano e Bretagna

18 novembre 2005 - 21 gennaio 2006

Galleria del Credito Valtellinese - Refettorio delle Stelline
Corso Magenta 59, Milano
Tel. 02-48008015
Orari: lun-sab 10-19, domenica chiuso

C'è un legame sottile e pressoché sconosciuto tra Milano e la Bretagna. Ad unirle è il ricordo del critico francese Pierre Restany, cittadino onorario del capoluogo lombardo, scomparso nel 2003.

A Milano Restany era di casa ed è per questo che, nel 1960, scelse questa città per dare il via al suo movimento artistico, il Nouveau Réalisme, da lui definito: "l'appassionante avventura del reale colto in sé, e non attraverso il prisma della trascrizione concettuale o immaginativa".
A tenere a battesimo il manifesto del Nouveau Réalisme, che anticipò di qualche mese la formazione del gruppo, fu la Galleria Apollinaire di Guido Le Noci, un mercante atipico, affascinato dall'arte francese.
Le Noci espose a più riprese gli artisti di Restany e, nel 1970, si fece promotore di un grande festival per festeggiare i 10 anni del gruppo. La manifestazione impegnò la Rotonda della Besana con una mostra retrospettiva e dilagò in città con spettacoli e performance.
L'evento, cui parteciparono molti esponenti del gruppo, tra cui Rotella, Villeglé, Hains, Dufrêne, Spoerri, Tinguely, Raysse, Niki de St. Phalle e Christo, ebbe un successo di pubblico inimmaginabile, ma fu segnato anche da numerose polemiche, legate al costo di realizzazione del festival.
La manifestazione si concluse con un'"Ultima Cena" simbolica di Daniel Spoerri, che sancì nei fatti la fine del Nouveau Réalisme, in declino per l'emergere di nuove ricerche artistiche.

Se Milano è importante per Restany, lo è anche la Bretagna. È a questa terra, infatti, che il critico francese ha deciso di lasciare il suo archivio, un corpus documentario di grande importanza per la la storia dell'arte italiana e francese del dopoguerra. Qui sono nati, inoltre, due tra i principali "Affichistes", Raymond Hains e Jacques Villeglé, che si sono formati all'Accademia delle Belli Arti di Rennes.

I Nouveaux Réalistes non sono un gruppo omogeneo di artisti. Ciò che li accomuna è il culto per gli oggetti e i materiali di scarto della realtà quotidiana cui vogliono conferire dignità artistica. Alcuni di loro, i cosiddetti "Affichistes", hanno scelto di lavorare coi manifesti pubblicitari, quelli che si trovano appesi sui muri delle città, sottoposti all'incuria del tempo e delle stagioni. Li strappano e li reinterpretano alla base della loro espressività.

I primi ad adoperare i cartelloni pubblicitari nei loro lavori sono Hains e Villeglé, attivi in questo senso dal 1949.
Il punto di partenza è per entrambi l'esperienza cubista dei "papiers collés, ma, agli inizi, intervengono sui manifesti usando apparecchi fotografici con obiettivi di vetro ondulato. Gli stessi che avevano utilizzato per destrutturare le lettere dell'alfabeto e le poesie.
Un altro artista che, a partire dal 1957, si appassiona a questo tipo di lavoro è il poeta François Dufrêne, un lettrista pentito, amico di Hains e Villeglé. Attratto dal loro Hépérile éclaté (1953), che ha trasformato una poesia di Camille Bryen in qualcosa di completamente diverso, quasi "una sintesi dell'illeggibile", si rende conto che l'uso del vetro ondulato consente di realizzare infinite scomposizioni del linguaggio visivo. Una pratica già tentata, agli inizi del '900 e con altri mezzi, da futuristi e dadaisti.

Girando per Parigi, Hains, Villeglé e Dufrêne si accorgono che qualcosa di simile a quello che stanno facendo avviene naturalmente sui muri della città, all'interno dei manifesti pubblicitari, su cui intervengono sia il tempo, sia la sovrapposizione dei cartelloni, sia l'attività anonima dei laceratori di professione o per diletto. Per dare dignità artistica a questa "produzione spontanea di immagini" decidono di adottare la pratica del "décollage", un'attività che è l'opposto del collage. L'artista, infatti, non mette insieme cose prese qua e là, ma preleva immagini già pronte, frutto del lavoro del tempo e dell'uomo sui manifesti pubblicitari. Un'operazione che, per alcuni degli "Affichistes", è al tempo stesso sociale e artistica.
Così è per esempio in Villeglé, che si limita a riportare sulla tela il frutto dell'espressività visiva spontanea, che trova di grandissima ricchezza e varietà. Il suo apporto è quello di un classificatore che sceglie e raggruppa i prodotti della città per affinità tenendo conto del colore, dei caratteri tipografici, dei messaggi, della varietà delle lacerazioni e dei graffiti. Tra l'altro, a ulteriore dimostrazione del carattere documentaristico e sociale della sua operazione, che vuole farci vedere ciò che capita nelle strade con un occhio nuovo, adotta come titolo la data e il luogo del ritrovamento.
Qualcosa di diverso capita in Hains per il quale la pratica del "décollage" rappresenta soltanto una tappa di una più ampia visione mitologica dell'universo. Col passare del tempo il suo messaggio si carica di ulteriori significati e, perché questo sia possibile, l'artista non esita a lacerare e manipolare quello che trova.
Anche il lavoro di Dufrêne presenta delle particolarità. L'artista infatti usa i manifesti al rovescio e, così facendo, si ricollega al suo interesse iniziale per la destrutturazione delle parole. L'operazione non ha soltanto un valore concettuale. Si ripercuote infatti anche sull'aspetto visivo delle opere, che presentano una forte componente materica, simile a quella di alcuni artisti informali come Fautrier.

Coi manifesti lavora anche un italiano, Mimmo Rotella, che è di Catanzaro, ma vive a Roma dal 1945. I suoi primi "décollages" visivi risalgono al 1953, ma sono preceduti da quelli sonori, perfezionati durante il soggiorno a Kansas City del 1951, e da esperimenti di tipo fotografico.
I "décollages" di Rotella, guardati con sospetto nell'ambiente culturale romano, ancora molto legato alla pittura, sono il frutto, almeno fino al 1957, di due operazioni. L'artista, infatti, prima strappa i manifesti dai muri e li incolla su tela, poi interviene con nuove lacerazioni. Un modo di fare che gli permette di tenere sotto controllo la composizione. Indifferente al retro o al verso dei manifesti, di cui gli interessa soprattutto il colore e la materia, l'artista li sovrappone gli uni agli altri fino a ottenere rappresentazioni che sono quasi totalmente astratte.
Nel 1958, Pierre Restany scopre le opere di Rotella, che trova straordinariamente affini a quelle di Hains, Villeglé e Dufrêne, e, due anni più tardi, lo invita a unirsi ai Nouveaux Réalistes. I suoi lavori ottengono subito un grande riconoscimento internazionale. Le sue opere, infatti, complici i divi del cinema e le star di Cinecittà che campeggiano nei suoi manifesti strappati, trovano un riscontro nel diffuso clima di benessere dei primi anni '60, che si ripercuote in un mutamento del paesaggio urbano e della società.

I lavori esposti, che arrivano dai maggiori musei francesi, quali il Centre Pompidou, il Museo di Nizza, il Museo di Marsiglia, e dalla collezione museale Frac Bretagne, sono all'incirca un centinaio, molti dei quali di grande formato. Alle opere di Dufrêne, Hains, Rotella e Villeglé si affiancano quelle di Wolf Vostell, Jorn e Gil J. Wolman, altri artisti che si sono occupati di collage e décollage con esiti personali. Tra loro, uno dei più originali è senz'altro Wolman, che usa lo scotch per riportare sulla tela frammenti di manifesti e ritagli di fumetti. Le sue opere, come in genere quelle di Vostell, uno dei principali promotori di "happenings", hanno un forte significato politico e sociale.

I lavori degli "Affichistes", anche se sono il frutto di una pratica condivisa, presentano significative differenze, che non derivano soltanto da posizioni poetiche e stilistiche diverse, ma sono il frutto dell'evoluzione della cartellonistica. Ogni paese, infatti, ha una propria tradizione tipografica e iconografica e questo si riverbera necessariamente nelle opere di questi artisti, che, più o meno inconsciamente, ci hanno trasmesso lo spirito di un'epoca e di una nazione.

L'esposizione è arricchita da un nutrito numero di documenti, che testimoniano la nascita e l'evoluzione del movimento. Di particolare interesse sono soprattutto gli articoli del "Corriere della Sera" e dell'"Avanti", che ricordano il festival milanese del 1970.

La mostra, curata da Dominique Stella, è accompagnata da un catalogo edito dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese.

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