Mostre di arte moderna e contemporanea

L'oro e l'azzurro. I colori del Sud da Cézanne a Bonnard

12 ottobre 2003 - 7 marzo 2004

Casa dei Carraresi
Via Palestro 33/35, Treviso
Tel. 0422-513161
Orari: lun-sab 9-13:30 14:30-18. 1 nov, 8, 24, 25, 26 e 31 dic 2003; 1 e 6 gen 2004 chiuso

Le atmosfere calde e solari del Mediterraneo, i colori vivaci e le infinite sfumature dell'entroterra provenzale raccontano la straordinaria avventura dell'arte francese a cavallo tra '800 e '900. Un momento magico, irripetibile, legato al nome di indiscussi protagonisti della storia dell'arte, Monet, van Gogh, Cézanne, Renoir, Matisse, Bonnard, autori di indimenticabili capolavori. La mostra, curata da Marco Godin per la Casa dei Carraresi di Treviso, ce ne offre un saggio con una selezione di 115 dipinti e 20 disegni.

La rassegna è strutturata in dieci sezioni, che consentono di seguire i pittori nei loro viaggi al Sud in cerca di luce e colore.

La mostra, che il titolo sembra far partire da Cézanne, prende le mosse qualche anno prima. Considera infatti Courbet come il primo artista che si è confrontato col paesaggio e la luce del Mediterraneo, lasciando il chiuso dell'atelier. Di questo grande pittore realista sono esposte al pubblico tre marine. Si tratta di dipinti realizzati a partire dal 1854 in occasione di alcuni soggiorni che l'artista fece a Montpellier e Trouville. Queste opere segnano l'inizio di una nuova era, di un nuovo modo di confrontarsi col mondo, con la natura. Che non è più considerata la quinta delle azioni umane, ma diventa protagonista della tela.
È guardando a Courbet che Guigou modifica il suo modo di fare pittura. Tra il 1859 e il 1860 realizza alcuni paesaggi dell'entroterra di Marsiglia dove la luce del sud della Francia ci viene restituita nella sua pienezza grazie a ricchi impasti cromatici, che sembrano anticipare la pennellata impressionista.
Un altro artista che ha saputo rendere la natura in tutto il suo fulgore è Adolphe Monticelli, che, dopo il 1870, ha abbandonato la raffigurazione di idilliache scene campestri per volgere la sua attenzione ai paesaggi del Sud. Il suo nome non è molto conosciuto al grande pubblico, ma al suo modo di fare pittura, all'uso di colori densi e puri, stesi con la spatola, guardarono artisti importanti, tra cui van Gogh.
Ed ecco finalmente Cézanne con Fabbriche all'Estaque (1867), un dipinto giovanile, ancora acerbo, ma in cui sono già evidenti alcune caratteristiche della produzione successiva.

La seconda sezione della mostra è dedicata all'impressionismo. A segnare il passaggio è prprio Cézanne, che nel 1861 si trasferisce a Parigi e comincia a frequentare Pissarro, Renoir, Monet, Sisley e Bazille, i futuri impressionisti. La loro pittura per un po' lo influenza. Abbandona i toni cupi, si dedica a paesaggi, vedute, vasi di fiori. Espone anche alla prima mostra del gruppo, la mitica mostra del 1874 da Nadar. Resta comunque una figura isolata, soprattutto nella sua ricerca, dove assume sempre più importanza l'esperienza percettiva. Resta a Parigi fino al 1877, poi si ritira a vivere in Provenza, al Jas de Bouffan, la tenuta paterna, dove porta avanti le sue ricerche pittoriche. Di questi anni sono esposti in mostra alcuni paesaggi, tra cui la Veduta dal Jas de Bouffan (1875-1876,) e la Veduta del Golfo di Marsiglia (1878-1879), entrambi del Musée d'Orsay.
Un altro artista che si fa conquistare dalla luce del Sud è Monet, che portando avanti le sue ricerche cromatiche e luministiche, cerca di catturare in alcuni lavori i colori e le sfumature di Bordighera (Piccola fattoria a Bordighera, 1884) e di Antibes (Casa del Doganiere, 1888).
Anche Boudin, che Monet considera uno dei suoi riferimenti artistici, è presente con tre vedute di Antibes. Sono dei bei lavori, ma salta subito agli occhi un certo ritardo sulle ricerche impressioniste.
Les Alyscamps ci ricordano il periodo della difficile convivenza tra Gauguin e van Gogh, iniziata ad Arles nell'ottobre del 1888. Oltre a questo straordinario lavoro di Gauguin, impregnato di spirito simbolista, sono presenti anche molti capolavori realizzati nel Midi dall'artista olandese, che, proprio in quegli anni, cerca di esprimere l'animo umano attraverso la natura ed è impegnato in un nuovo uso del colore.

La terza sessione si apre ancora con Cézanne, che, a cavallo tra '800 e '900 concentra la sua ricerca sullo scomposizione dello spazio. Osserva gli alberi (Gli ippocastani del Jas de Bouffans, 1885; Il grande pino, 1890-96), le rocce (Rocce e rami a Bibémus, 1895 ca., Rocce presso le grotte sopra Château-Noir, 1904 ca.), poi dirige la sua attenzione sulla Montagna Sainte-Victoire. Dalla sua rivoluzionaria concezione spaziale partiranno Braque e Picasso, gli inventori del cubismo.

Dopo Cézanne, l'attenzione del pubblico viene richiamata sull'opera di artisti meno noti, ma ugualmente importanti per le ricerche cromo-luministiche. Parliamo di Henri Edmond Cross e Theo van Rysselberghe, che, col più conosciuto Signac, hanno dato voce al neo-impressionismo. Sono presenti in questa sezione anche Guillaumin, Valtat, Manguin e Camoin, pittori leggeri e gioiosi, riconoscibili per la luminosità dei colori. A loro si accosterà il giovane Matisse prima dell'esperienza Fauve.

Un altro artista che rimane soggiogato dalla luce della Francia meridionale è Edvard Munch, che qui mostra, a sorpresa, una tavolozza schiarita, mediterranea. Il lato notturno della sua natura si esprime comunque in tre bellissime vedute al chiar di luna. In fondo, anche la notte ha una sua particolare luminosità e bellezza, che Munch sa rendere con insuperabile maestria.

Il viaggio verso Sud, l'Algeria, l'Italia, la luce calda del Mediterraneo, influenzano profondamente anche Renoir. Nel 1907, ormai malato, decide di comprare una casa nei pressi di Cagnes, la tenuta di Les Collettes. Qui costruisce il suo ultimo atelier. Continua infatti a dipingere fino alla fine riscoprendo il gusto del colore.
Anche il gruppo dei Fauves (Matisse, Derain, Dufy, Braque, Marquet) si fa sedurre dalla vita di mare e dai vivaci paesaggi del Sud. I colori vengono accostati puri, con grande libertà, cercando forti contrasti. Tutto vibra. Tutto è arbitrario.
Nel 1907 Braque incontra Picasso. La lezione di Cézanne e la conoscenza delle opere dell'artista spagnolo imprimono una svolta al suo lavoro. Nel 1908 dipinge Albero e case, nel 1910 Le fabbriche di Rio Tinto a L'Estaque, uno dei suoi capolavori.
La sezione si chiude con quattro dipinti di Matisse, realizzati a Nizza negli anni '20. Superata l'esperienza fauve, Matisse cerca la leggerezza. La luce è morbida, tenera, argentata.

Cinque capolavori raccontano il tormentato rapporto tra Cézanne e la montagna Sainte-Victoire. Un rapporto durato vent'anni. Una ricerca faticosa, incessante, incentrata sul concetto di spazio e sui problemi della percezione.
Cézanne è tornato più volte su questo soggetto, lo ha analizzato a fondo. Lo ha fatto in modo diverso secondo i periodi. Tra il 1882 e il 1888 il motivo è ancora riconoscibile. Nelle opere realizzate tra il 1900 e il 1906, anno di morte dell'artista, la definizione della montagna diventa secondaria e la pennellata lascia un'impressione di non finito. Ciò che conta non è più l'oggetto, ma la sua essenza.

Due artisti che hanno trovato nel Sud della Francia un'importante fonte ispiratrice per la loro arte sono Vallotton e Soutine. È comunque difficile trovare tra loro dei punti di contatto. Nei quadri di Vallotton, che ha fatto parte del gruppo simbolista dei Nabis, la natura vive di un'atmosfera sospesa, la luce è tersa, immobile, la presenza umana è quasi scomparsa. Domina il paesaggio. Nei dipinti di Soutine, al contario, il paesaggio è dotato di una straordinaria vitalità. La realtà viene ricreata dalla sensibilità dell'artista, angosciata, ma non priva di scatti lirici, e si anima di un cromatismo esasperato riconducibile all'ambito espressionista.

Anche Bonnard si è nutrito della luce e dei paesaggi della Francia meridionale. Anche lui ha comprato una casa al Sud, a Vernonnet, nei pressi di Giverny, rifugio artistico di Monet. Ma quello che ha cercato di trasmettere nei suoi dipinti è la dimensione della memoria. I suoi lavori non ci rimandano la realtà del paesaggio. Tutto si fonde, il tempo si dilata. Ciò che resta è il ricordo e la sensazione di una visione.

La mostra si chiude con La camera di van  Gogh ad Arles (1889). Siamo in interno, ma la luminosità di questo quadro si nutre dei sogni e gli umori dell'artista, della sua follia, dando vita a un paesaggio interiore di grande intensità, quasi una rivelazione.

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