Mostre di arte moderna e contemporanea

Max Ernst e i suoi amici surrealisti

24 luglio - 3 novembre 2002

Museo del Corso
Via del Corso 320, Roma
Tel. 06-6786209
Orari: 10-20, lunedì chiuso

Dopo Zurigo, New York e Parigi, anche l'Italia dedica una mostra al Surrealismo. Lo fa attraverso gli occhi di un testimone oculare, Arturo Schwarz, che è stato amico e compagno di avventura di molti protagonisti di questa importante avanguardia del '900. Un movimento che non si è limitato alle arti visive, ma ha trovato ampio spazio anche in letteratura e nel cinema proponendosi come una nuova filosofia di vita anarchica e libertaria.

La mostra si incentra sull'opera di Max Ernst, una delle figure cardine del gruppo, e prende l'avvio dal 1912, quando il Manifesto surrealista (1924) non era ancora stato stampato e il movimento Dada (1915) era ancora di là da venire. Le idee mutuate da Freud e la Metafisica di de Chirico cominciavano però ad attecchire e spingevano la ricerca artistica verso la sperimentazione di nuove tecniche e l'allontanamento dalla realtà.
Della vasta produzione di Ernst, documentata fino al 1968, si possono vedere tutte le tappe: i primi oli su cartone (Interieur et paysage, 1912-13), i collage, le opere della serie "Lop Lop" (Lop Lop présente..., 1929) e i frottage (Fôret, 1925). Una tecnica di sua invenzione, realizzata strofinando la matita su fogli sovrapposti a superfici ruvide o a rilievo.

Anche se la mostra si focalizza su Ernst, gli altri artisti non sono certo figure di contorno. Arp (Etoile, s.d.; La Danseuse, 1923-24), Breton, Brauner, Dalí, De  Chirico, Delvaux, Duchamp (Boîte, 1938-41), Giacometti (La femme cuillère, 1926; Tête qui regarde, 1927-28), Lam (Totem, 1965), Magritte, Man Ray, Masson, Matta, Miró, Picabia, Tanguy portano all'interno del movimento uno stile personale, dettato dal proprio mondo interiore. Sanno che per cambiare la realtà devono prima conoscere se stessi. E si impegnano in questa ricerca indagando l'inconscio coi mezzi più appropriati, il sogno e l'automatismo psichico, che sfuggono a ogni controllo estetico e morale. Un modo di operare che conferma la presenza di un'esigenza ideale comune, ma nega l'esistenza di un vero e proprio stile surrealista.

Fra le opere esposte spiccano le immagini di ben sette donne (Leonora Carrington, Elsa von Freytag-Loringhoven, Jacqueline Lamba, Meret Oppenheim, Remedios, Dorothea Tanning, Toyen), presenti in mostra sia per la qualità delle loro proposte, sia per sfatare una presunta misoginia dei surrealisti. Un attacco difficile da sostenere quando si leggono alcune frasi di Breton, scritte in diversi momenti della sua vita.
Per l'autore del Manifesto surrealista, infatti, "... L'amore e le donne sono la soluzione più chiara di tutti gli enigmi" (1933); "... Soltanto quando l'amore elettivo è reciproco e totale siamo in presenza di quello stato di grazia capace di trasformare l'individuo e, attraverso lui, l'universo." (1952).

Come osserva anche Schwarz, il Surrealismo è "un movimento filosofico, culturale e politico basato su due principi fondamentali, l'amore e la rivoluzione". Un amore che non separa il lato fisico da quello spirituale e mira a riabilitare la carne. Una posizione in netto contrasto con il Cristianesimo e l'Islam, che considerano la donna e il sesso tra le cause di caduta dell'uomo.
Per i surrealisti, la donna è la fonte della vita, dell'amore e dell'estasi. Ma questo non apre certo la via al libertinaggio. L'amore vero è esigente, unico e totale. "L'amore è la dimensione emotiva dell'istinto sessuale, come l'erotismo ne è la dimensione estetica".

La mostra si conclude con alcuni disegni a più mani, i cosiddetti "cadavres exquis", frutto della libera associazione di immagini e scritti, della più ampia libertà di espressione.

La rassegna curata da Schwarz si ferma agli anni '60, anche se il movimento comincia a perdere smalto già nel dopoguerra.
In realtà, la crisi, se di crisi si può parlare, riguarda soltanto le arti visive e le loro modalità espressive. Il Surrealismo come stato d'animo non può certo morire perché vi sono alcune istanze dello spirito che sono inestinguibili: il rifiuto dell'autorità, la volontà di riformare il mondo, la carica eversiva della gioventù. Non a caso, il '68 francese aveva per slogan "l'immaginazione al potere".

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