Mostre di arte moderna e contemporanea

New York Renaissance.
Dal Whitney Museum of American Art

21 marzo - 15 settembre 2002

Palazzo Reale
Piazzetta Reale 12, Milano
Tel. 02-86461394
Orari: mar-mer-dom 9:30-20, gio-ven-sab 9:30-23, lunedì chiuso

Mentre a New York si sta svolgendo la nuova edizione della Whitney Biennial, trampolino di lancio per l'arte americana più recente, a Milano è possibile vedere una selezione di opere americane degli ultimi 50 anni.
I lavori provengono dalla collezione permanente del Whitney Museum of American Art di New York, che, dal 1930, si occupa di sostenere, promuovere e collezionare l'arte prodotta in America. Un fatto che oggi può sembrare scontato, ma che così non era all'inizio del secolo scorso.
Fino all'Armory Show del 1913, il disinteresse del pubblico per l'arte americana era piuttosto diffuso, mentre era molto apprezzata l'arte europea. Gertrude Vanderbilt Whitney, artista e mecenate, fu la prima a rendersi conto di questa deplorevole situazione. Per questo, nel 1918, aprì uno spazio espositivo dedicato ai giovani artisti americani: il Whitney Studio Club, primo passo verso il futuro museo.

Dal Whitney sono passati tutti gli artisti più importanti del secolo scorso, da Hopper alle ultime generazioni "made in USA". Selezionare le opere per la mostra milanese non deve esser stato facile. I curatori, Marla Prather e Lawrence R. Rinder, hanno deciso di mostrare gli artisti più rappresentativi, includendo, accanto a personaggi famosi, autori meno noti ma comunque importanti per lo sviluppo artistico americano del '900.
Le opere riflettono l'evoluzione artistica e culturale degli Stati Uniti dal dopoguerra ai nostri giorni, ma raccontano soprattutto New York, centro propulsivo della riscossa artistica americana. Una città dinamica e creativa, che ha saputo imporsi come capitale indiscussa delle arti liberandosi dall'influenza europea.

Edward Hopper, straordinario interprete del realismo americano, con le sue atmosfere sospese ci apre la strada alle opere espressioniste di Jackson Pollock, Willem de Kooning e Franz Kline, legate all'irruenza del gesto. Sui soffitti aleggiano alcuni "mobiles" di Alexander Calder, presente in mostra anche con uno "stabile" del '59, un po' sacrificato dalla posizione.
Mark Rothko segna una svolta spirituale e meditativa. La pausa prima della tempesta. La sala successiva è dedicata alla Pop Art e ai suoi precursori. Accanto alle opere di Jasper Johns e Robert Rauschenberg, si possono ammirare lavori di Andy Warhol, Roy Lichtenstein, James Rosenquist, Robert Indiana, Tom Wesselmann e Jim Dine. Spiccano qua e là le sculture "soffici" di Claes Oldenburg e le coloratissime sedie di Lucas Samaras.
Gli anni '60 e '70 non sono appannaggio esclusivo della Pop Art e la mostra prende quindi una svolta minimalista, evidente nelle opere di Frank Stella, Robert Mangold e Robert Ryman. Dopo tanto rigore, fa sensazione l'installazione, curiosa e un po' kitsch di Marisol.
Gli anni '80 vedono la sperimentazione di nuove forme artistiche, irriverenti e di protesta, testimoniate dalle opere di Jeff Koons e dai graffiti di Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Si avverte però anche un rinnovato interesse per la pittura, evidente nei dipinti di Eric Fishl, David Salle, Julian Schnabel e Philip Taaffe.
E siamo ormai agli anni '90, rappresentati, tra gli altri, da artisti sulla breccia da tempo, ma ancora attivi nonostante l'età: Louise Bourgeois, Robert Rauschenberg e Alex Katz. Gli ultimi due già in mostra con lavori degli anni '60.
A sostenere le nuove tecnologie digitali una sola opera, quella di Tony Oursler. Totalmente assente la fotografia. Forse un po' poco per un museo che dagli anni '70 si occupa di videoarte e che, col 2000, ha inserito nei programmi della sua biennale anche la Web-art. Ma queste sono scelte curatoriali, che possono anche indicare un ritorno alle tecniche tradizionali.

Dal 4 luglio al 17 agosto, in occasione della manifestazione "Sere d'estate a Palazzo Reale", il cortile del museo si trasforma in uno spazio cinematografico e musicale dotato di lounge bar.

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