Jean Fautrier

Attività artistica di Jean Fautrier

Una tipica "crosta" di Jean FautrierJean Fautrier è stato uno dei personaggi di primo piano dell'arte europea del dopoguerra.
Il percorso artistico di Fautrier si svolge dal 1920 al 1964, anno della morte. Ma l'importanza del suo lavoro è legato soprattutto alle opere realizzate a partire dal 1942, quando Fautrier si impone come uno dei precursori dell'Informale.
Una delle correnti più importanti dell'Informale è la "pittura materica". Fautrier, insieme a Jean Dubuffet, Alberto Burri e Antoni Tàpies, ne fu il principale interprete.
Le opere più caratteristiche di Fautrier non propogono immagini riconoscibili, ma concrezioni spesse e rugose di colore, che si stagliano compatte su fondali amorfi. Non si ritrovano figure, storie, composizioni geometriche, vivaci soluzioni cromatiche. Protagonista dell'opera è la materia. Materia che si offre all'osservatore con lontane allusioni al corpo. Una materia, quindi, vitale e di grande energia evocativa.

Quando Jean Fautrier realizza i primi quadri "informali" sono trascorsi oltre vent'anni dall'inizio dell'attività. Anni comunque importanti, nel corso dei quali sperimenta tecniche compositive diverse e in cui lo stile pittorico evolve in maniera significativa.
Gli esordi dell'artista sono di genere figurativo. I soggetti risultano piuttosto convenzionali: nudi di donna, nature morte, fiori. L'intonazione è di tipo espressionista, ma mano a mano subentrano influenze di stampo surrealista: forme immaginarie, creature dell'inconscio.
Verso la fine anni '20, la pittura di Fautrier si trasforma ulteriormente. Le opere manifestano una spiccata impronta romantico-visionaria, a tratti quasi "maledetta". Le immagini rappresentano assomigliano a fiori stregati, nudi di donna, animali scuoiati, oggetti insidiosi baluginanti su fondali cupi. Le forme sembrano gonfiarsi, liquefarsi, perdere definizione. Sfumano verso lo sfondo, bruno o violaceo, a malapena trattenute dal contorno.

Attorno al 1942 si verifica la svolta più importante nel lavoro di Jean Fautrier. Sono gli anni dell'occupazione tedesca in Francia. Anni in cui l'artista è testimone di tragedie e orrori. Questa esperienza lo segna così in profondità, da suscitare in lui un sentimento di sfiducia nell'uomo e nelle sue capacità di controllare gli istinti più irrazionali. Da questo sentimento scaturisce l'esigenza di ridare un senso alla pittura.
La strada imboccata dall'artista è nuova, e per questo poco gradevole. Parte da un nucleo formale embrionale (una testa, una figura umana, una parte di corpo). Vi abolisce ogni parvenza realista, accentuandone le qualità materiche, che divengono il vero soggetto del quadro.
La "materia" in Fautrier si caratterizza per i connotati aspri e brutali: concrezioni carnose, croste dalla forma compatta tondeggiante o squadrata, che si stagliano su fondali rugosi e smorti. Questo effetto di carnosità è ottenuto mediante spatolate spesse e cremose di colore mescolato a colla, su cui l'artista interviene con spolverate superficiali di pastello. Le tinte ricordano quelle degli incarnati: rosa, bruno, ocra, olivastro, violetto. L'impressione è quella di trovarsi di fronte a grumi di materia organica pulsante e ferita.
In conclusione, la forza e la grandezza dell'opera di Fautrier sta in questo: senza attributi realistici, ma solo con la sua brutale oggettività, la materia è capace da sola di evocare l'idea della carne, di divenire emblema della sofferenza e dell'essenza stessa della natura umana.

Il primo ciclo importante è quello degli "Otâges" (Ostaggi). L'ostaggio come metafora dell'esistenza umana sospesa e indifesa, succube dei suoi sequestratori. In essi l'ostaggio è la materia, corrispettivo formale e vitale della carne. Forme simili a teste e corpi smembrati emergono da un magma denso e indifferenziato, come carne dilaniata, prossima alla decomposizio. Malraux li definisce "geroglifici del dolore".
La stessa sorte tocca ai nudi. Mentre, anni dopo, è la volta degli oggetti, con il ciclo Les Objects. Al pari dei corpi e della carne, anche gli oggetti si rivelano deperibili. Sono rappresentazioni di cose comuni, isolate dal loro contesto abituale, che acquistano una veste sinistra e assumono le sembianze di fantasmi esistenziali.
Negli anni '50 e '60 si osserva un graduale processo di schiarimento, che conferisce alle ultime opere tonalità iridescenti e luminose. Le forme isolate rimandano prevalentemente a corpi di donna, fatte della stessa pasta collosa e materica delle opere del passato, ma oramai sono ridotte ad apparizioni diafane.

Jean Fautrier si è dedicato sia alla scultura che all'incisione. In entrambi i generi si riflette il percorso della produzione pittorica, da cui riprende le tematiche e l'interesse per la materia.

Molti artisti europei dell'immediato dopoguerra concepiscono il quadro come una sorta di spazio esistenziale. Uno spazio in cui l'autore si mette in gioco per sondare la natura umana. In pochi casi questa ricerca esistenziale è andata in profondità come in Fautrier. L'opera come luogo del dolore, della memoria e della denuncia.